Venerdì sera, il 29 maggio 2026, sono state assegnate le “Lola”, i più importanti premi del cinema tedesco: Lola (in realtà: Lola Lola) come il personaggio di Marlene Dietrich ne L’angelo azzurro, Lola (Barbara Sukowa) come la protagonista del film di Rainer Werner Fassbinder, Lola (Franka Potente) come la protagonista di Lola corre di Tom Tykwer.

In die Sonne schauen , in italiano Il suono di una caduta della quarantacinquenne Marscha Schilinski berlinese (di Berlino Ovest) ha fatto – comprensibilmente e come largamente atteso – man bassa, prendendosi 10 statuette, tutte le più importanti, salvo quella come migliore attore che è andata ad August Diehl per l’interpretazione di La scomparsa di Josef Mengele di Kiril Serebrennikov, presentato a Cannes nel 2025 e uscito in Italia all’inizio di quest’anno, e quella come migliore attrice conferita a Senta Berger, splendida ottantacinquenne alla prima nomination, per il ruolo della nonna in un coming of age che in Germania ha avuto molto successo dal titolo Ach, diese Lücke, diese entsetzliche Lücke (Ah questo vuoto, questo terribile vuoto) di Simon Verhoeven, che poi di Senta Berger è il figlio, un film, tratto dall’omonimo romanzo di Joachim Meyerhoff (i cui libri in Italia sono tradotti da Marsilio, ma questo no), un film che verosimilmente in Italia mai arriverà.
In uno spettacolo lungo – ma a differenza dell’omologo italiano, intendo quello dei David di Donatello – nient’affatto noioso, presentato da uno spumeggiante ed eclettico Christian Friedel (il maestro de Il nastro bianco, Rudolf Höss in The Zone of Interest), la parte del leone l’ha fatta il grande Wim Wenders, elegante e emozionatissimo che a poco meno di 81 anni ha ricevuto il Premio alla Carriera, ultimo (lo dirà con una certa ironia proprio all’inizio del discorso) fra i grandi registi del Nuovo Cinema Tedesco a riceverlo: nel 2005 lo prese Reinhard Hauff, nel 2008 Alexander Kluge, nel 2013 Werner Herzog, nel 2019 Margarethe von Trotta, nel 2020 Edgar Reitz e nel 2023 Volker Schlöndorff.
Il discorso andrebbe visto (per esempio sulla mediateca della ARD, il canale televisivo tedesco) ma, secondo me, è bello anche da leggersi, perché tocca, fra le altre, una vicenda estremamente attuale, ovvero la richiesta, cinquantuno anni dopo, di Nastassja Kinski di cancellare una scena di Falso movimento (1975) dove lei tredicenne veniva ripresa a seno nudo, una discussione che nei media tedeschi ha suscitato non poco scalpore.

Riporto qui sotto la traduzione integrale del discorso, con fra parentesi e in grassetto, una ventina di note esplicative
Wim Wenders: Ho guardato la lista: sono stato l’ultimo del cosiddetto “Nuovo Cinema Tedesco”a esser premiato, e direi che tutti voi dovreste tributare un applauso a chi è ancora in vita e a chi non lo è più. Per esempio: a colui che ha creato tutti noi, vostro padre, nonno, bisnonno, trisnonno, a seconda di quanti anni avete: Alexander Kluge [morto pochi mesi fa: in generale i pochi minuti dedicati ai morti recenti del cinema tedesco, che durante la premiazione hanno ricevuto un tributo sono veramente tanti: fra gli altri Mario Adorf, Rosa von Praunheim, Hark Bohm, Angelika Domröse, Udo Kier, Peter Schneider] . Non hai del tutto ragione, Florian [Florian Gallenberger, il regista che insieme all’attrice Vicky Krieps presiede l’Accademia che conferisce i premi]. Sono nel mondo del cinema da 60 anni; hai detto 50 anni, ma si tratta di un eufemismo. Ma in 60 anni mi è capitato di vedere un numero incredibile di noiose premiazioni del cinema tedesco. Mentre questa, questa è davvero fantastica.
Ci sono così tante professioni senza le quali non si possono fare film. Sono contento che siate tutti qui: direttori della fotografia, tecnici del suono, scenografi, costumisti, montatori, sound designer… niente funziona senza di voi. Ma la professione che amo di più è anche la più pericolosa. E qui ce ne sono tanti: mi riferisco agli attori, alle attrici. Voi fate un lavoro davvero pericoloso; non dovete solo interpretare un ruolo, dovete anche esporvi e, spesso, mettere a nudo la vostra anima. August [August Diehl, come detto il vincitore del premio come migliore attore], sai bene che cosa intendo, ma non sei l’unico. Ringrazio tutti voi, e lo faccio a nome vostro attraverso due uomini seduti qui. L’uomo che ha recitato nel mio primo lungometraggio, Hanns Zischler [protagonista di Summer in the City del 1970, ma anche il co-protagonista Bruno, di Nel corso del tempo] che ora è diventato Thomas Mann [riferimento a Fatherland di Pavel Pawlikowski, film appena presentato a Cannes, dove Zischler interpreta appunto lo scrittore tedesco]. E ringrazio l’uomo che ha recitato nel mio ultimo lungometraggio, l’incredibile, fantastico Kōji Yakusho, l’addetto alle pulizie dei bagni di Tokyo [il protagonista di Perfect Days del 2023]. Ha fatto lo sforzo di intraprendere questo lunghissimo viaggio. Grazie mille. Dōzo.
Sessant’anni, accidenti.
Ho avuto la fortuna di lavorare con persone che hanno imparato il mestiere ancora quando il cinema era muto. Ho collaborato con attori che avevano lavorato con Fritz Lang [per esempio: Rudolf Schünzel, il padre di Bruno in Nel corso del tempo che aveva recitato ne Il testamento del dottor Mabuse].
Ho lavorato con un operatore di ripresa che, qui a Berlino, era stato assistente [si tratta di Ernst Kunstmann con il quale Wenders collaborò per L’amico americano] del leggendario Eugen Schüfftan per Menschen am Sonntag [celeberrimo film collettivo del 1930, ideato, fra gli altri, dai fratelli Siodmak, Edgar Ulmer, Fred Zinnemann , Billy Wilder], colui che in pratica ha inventato l’uso della macchina da presa, tutti i trucchi che si possono fare con essa e tutte le tecniche di ripresa ancora oggi utilizzate.
Ho avuto il privilegio di lavorare con persone del genere. Ed è un ricordo indelebile per me aver potuto contribuire con la mia esperienza alla storia del cinema in questo modo. Certo, all’inizio c’erano solo le pellicole, poi il video, poi il video digitale, poi tutto ciò che è possibile oggi: 8K e oltre, 3D. È stato un privilegio fantastico, credo, e un viaggio incredibile. Naturalmente, come rappresentanti dei miei attori, ho menzionato solo due uomini.
Ecco: questo è un capitolo un po’ delicato; con le attrici ci ho messo un bel po’. Senta [Senta Berger, come detto, vincitrice del premio come migliore attrice], dove sei seduta? Eccola lì, accidenti. Ho avuto la fortuna, o il privilegio, a 27 anni, di poter lavorare con Senta [il riferimento è a La lettera scarlatta del 1972, uno dei film meno riusciti di Wenders], la grande dame, come è stata chiamata due volte pochi minuti fa, e ho rovinato tutto, ho combinato un disastro.
Provavo un immenso rispetto, una profonda ammirazione, ma alla fine mi resi conto di non sapere nulla. Non potevo davvero dire a una donna come comportarsi, non ne sapevo abbastanza sulle donne, non capivo l’anima di una donna, e ti sono incredibilmente grata per avermi sopportato quando non ero in grado di aprire bocca. Non aprivo bocca perché non sapevo nulla. E questa è una grande lezione nella vita di un regista, quando ti rendi conto che non puoi essere in grado di fare tutto.
Dopodiché ho lavorato quasi esclusivamente con uomini per dieci anni, non per ribadire gli stereotipi maschili, ma per fare ciò che le donne di tutto il mondo stavano iniziando a fare nello stesso periodo: realizzare film che mettessero in discussione l’immagine della donna e ne costruissero una nuova.
Ho fatto film con uomini per mettere in discussione gli uomini e i loro modelli di riferimento. Hanns, sei stato fantastico in questo, così come Rüdiger [Rüdiger Vogler, interprete di numerosi film di Wenders] in Nel corso del tempo, e poi Sam Shepard in Don’t Come Knocking, e Harry Dean in Paris, Texas. Volevano essere, questi, esempi di mascolinità diversi da qualsiasi cosa vista prima. Ed è per questo che ne sono così felice, ed è proprio in questa direzione che mi hanno portato le registe.
Vorrei fra tutte citare Barbara Loden [1932-1980, attrice e regista americana]; ancora oggi mi provoca una grandissima emozione [Wenders lo dice con le lacrime agli occhi]. Ha realizzato un film incredibile su una donna [si riferisce a Wanda del 1970, l’unico film girato da Loden], un film che nessun uomo, nemmeno in un milione di anni, sarebbe in grado di fare. Ed è questo film che mi ha dato l’incredibile coraggio di provare almeno a realizzare qualcosa di simile con i maschi.
Il primo ruolo femminile a cui – dopo dieci anni – ho sentito di poter rendere giustizia è stato quello di Nastassja Kinski in Paris, Texas. E dopo quello, ho osato ancora di più. Ora non vorrei raccontarvi tutta la mia vita, ma c’è una cosa che devo assolutamente dirvi.
Per la prima volta in vita mia – ancora oggi potete vederlo, c’è un nastro avvolto intorno al premio Lola, e infatti i premi cinematografici una volta si chiamavano Nastri d’Oro del Cinema – per la prima volta in vita mia mi è accaduto di ricevere un premio. Fu cinquant’anni fa, per l’esattezza cinquantuno anni fa. Nel 1975, per il film Falso movimento. E vorrei dire qualcosa al riguardo. E vi prego di perdonarmi, perché c’è una cosa che mi pesa sul cuore, lasciate che ve ne parli.
Falso movimento è stato sommerso da cinque, anzi de sei Nastri d’Oro. Quel giovane che ero io ne fu letteralmente sopraffatto. Vinse premi per la miglior regia, la miglior fotografia, tutto quello che c’era, e poi la FSK [la commissione che delibera i divieti ai minori], nominata dalla SPIO [Associazione tedesca dei produttori cinematografici], classificò il film come adatto a un pubblico dai 12 anni in su, definendolo particolarmente valido [in tedesco “Besonders Wertvoll”, una classificazione che ne consente anche l’utilizzo a scopi didattici]. Ciononostante – e voglio subito togliermi questo peso dal cuore– si tratta di un capitolo difficile della mia vita.
Forse alcuni di voi sanno che c’è una certa avversione contro questo film, alcuni che chiedono che una scena venga tagliata. C’è una scena nel film con la tredicenne Nastassja Kinski, ripresa a seno nudo. Una cosa che oggi non farei. Ora sono molto più consapevole, molto di più; ci sono sensibilità diverse, viviamo in un mondo completamente differente da quello di cinquant’anni fa. Non me la sento tuttavia di condannare quel giovane, il ventinovenne di cinquant’anni fa; lui fece un film che era in linea con il proprio tempo. Non ho mai voluto fare altro che film che in qualche modo catturassero lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Non posso condannare quel giovane, anche se so che io oggi non mi comporterei più in quel modo. Ma la domanda che sorge spontanea è una che riguarda tutti voi: come vanno gestiti i film del passato, il nostro archivio cinematografico [Wenders usa il termine Filmerbe, alla lettera eredità cinematografica]? È lecito, è possibile, tagliare una scena se, come in questo caso, ferisce una delle mie attrici, che ammiravo e ammiro ancora moltissimo? È consentito?
È possibile tagliare un film a posteriori? Devo ammettere di essere praticamente l’unico a pormi questa domanda, e non so proprio come rispondere. È una questione morale, certo, ma la morale ha a che vedere anche con il nostro Filmerbe, la nostra storia, e anche il modo in cui affrontiamo il nostro tempo. Si può, dalla prospettiva odierna, cambiare un film che ha ben 51 anni? Il mio amico Steven Spielberg l’ha fatto una volta, e la cosa ha sempre costituito un monito per me. Ha preso tutte le scene di E.T. in cui si vedono i bambini che cercano di salvare E.T. insieme ai soldati armati di mitragliatrici, anch’essi alla ricerca di E.T. Ha cambiato tutte quelle scene in cui i bambini erano insieme ai soldati, soldati pesantemente armati, e ora tutti loro hanno ricetrasmittenti e altre cose. E ora, dieci anni dopo, Spielberg afferma: “È una cosa che non mi sono mai perdonato”.
Sono domande difficili, e Ilker [Ilker Catak,il regista di Yellow Letters, Orso d’oro a Berlino nel 2026, fra i candidati ai premi Lola] forse tra vent’anni anche tu ti troverai ad affrontare una situazione in cui qualcosa in Yellow Letters non sembrerà più in linea con lo spirito dei tempi, ma anche ne Il suono di una caduta .
È una questione che riguarda tutti voi: come affrontare queste cose, di chi sono le maggiori responsabilità? E ora Vi ho quasi rovinato la serata. Sarei davvero felice, Florian, sarei davvero felice se potessimo organizzare un incontro con l’Accademia del Cinema Tedesco, soprattutto con alcuni dei membri più giovani che, ad esempio, devono confrontarsi con la questione di cosa fare con l’intelligenza artificiale. Vorrei mettermi a sedere con voi per discutere di questo argomento. Che non voglio affrontare da solo. Se faccio una cosa del genere, se taglio il film, creo un precedente che riguarda tutti voi. Vorrei discuterne. Possiamo farlo, Florian, vero? Dove sei? Eccoti, sei qui dietro di me. Possiamo farlo, no? Lo faremo.
Lo spettacolo è stato fantastico, non vedo l’ora di vedere i premi principali. Incrocio le dita per tutti. Alcuni di voi sanno già per chi faccio il tifo.
A presto.

Caro Giovanni, ma come… La lettera scarlatta è uno dei miei Wenders preferiti. Come stai? Sergio