Day of the Fight di Jack Huston (Orizzonti Extra)

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Vi è una curiosa tendenza neoclassica celata nel mezzo della selezione ufficiale a Venezia, un ritorno agli autori classici: Timm Kröger riscopre Hitchcock attraverso Lynch nella Teoria del tutto; il Michael Mann di Ferrari non sembra essere mai stato così vicino al cinema di Howard Hawks; infine, Jack Huston decide con Day of the Fight di omaggiare non solo uno dei capolavori del nonno John, Città Amara (1972), ma anche il genere dei film sul pugilato, il quale almeno da Il Campione (1931) di King Vidor ha donato tanti capolavori al cinema hollywoodiano.

Da Città Amara, Jack Huston recupera alcune soluzioni narrative, ma soprattutto l’atmosfera di solitudine, di fallimento, di decadenza, di fine di un’era, anche attraverso il vagabondaggio del protagonista negli spazi quotidiani del suo quartiere urbano. Ma è proprio chiedendosi del senso della fine e del proprio vagare che il regista sembra volersi distaccare dalla pesante eredità per cercare una direzione al proprio protagonista, una redenzione, avvicinando il film più al primo Rocky (1976) diretto da John G. Avildsen.

Mikey l’irlandese (Michael Pitt) ritorna alla boxe dopo un decennio, periodo passato perlopiù in prigione in seguito a un incidente mortale in auto. L’incidente gli ha causato danni irreparabili al cervello che potrebbero costargli la vita in caso subisse colpi alla testa. Ma per Mikey c’è qualcosa che vale più della vita: la possibilità di un compimento, di una risoluzione ai suoi conflitti interiori. Mikey non ha più nulla da perdere, accetta la sfida, scommette tutto su sé stesso. Inizia un viaggio nel viale dei ricordi di un uomo consapevole che questo sia il suo ultimo giorno.

Tutt’altro che semplice vezzo stilistico o omaggio, il bianco e nero rafforza l’identificazione spettatoriale con il protagonista, rimanda a una vita ormai vissuta in flashback, sottolinea il senso di fine che aleggia nella sua mente. Ma così anche la musica non originale (giustificata qualche volta dalle cuffie che il protagonista utilizza), l’ambientazione, i personaggi che incontra, tutto sembra esistere solo in funzione del protagonista, per poter dargli un ultimo commiato, un perdono.

Come in molti film del genere ma in particolare Toro Scatenato, la boxe è una questione spirituale, la ricerca disperata di una sollevazione dalle proprie colpe. Ogni pugno subito sembra una giusta punizione divina, un passo in più verso la purificazione della propria anima.  Ogni incontro con il passato diventa una confessione. L’incontro con leggende del cinema gangster come Steve Buscemi (protagonista insieme a Pitt, e al regista, in Boardwalk Empire) o Joe Pesci (qui padre infermo di Michael Pitt) fornisce anche alcuni gustosi momenti metacinematografici. Vi sembra esserci la necessità di dichiarare una certa impotenza rispetto al passato, ma anche di farci i conti, di rendergli onore.

Ma come in molti film di lotta la questione centrale rimane il dovere della lotta. Rispetto alla rassegnazione di una vita vissuta nel senso di colpa, Mikey percorre la strada più pericolosa anche a costo della vita. Affinché vi sia compimento, redenzione, bisogna che ci sia forza, che ogni sforzo sia compresso in un pugno, in un volto, in un’inquadratura. È la forza dello stile che Jack Huston ritrova rendendo omaggio ai grandi capolavori del passato.


Day of the FightRegia: Jack Huston; sceneggiatura: Jack Huston; fotografia: Peter Simonite;montaggio: Joe Klotz; musica: Ben MacDiarmid; scenografia: Pete Zumba; interpreti: Michael C.Pitt, Nicolette Robinson, John Magaro, Anatol Yusef, Steve Buscemi, Ron Perlman, Joe Pesci; produzione: Josh Porter, Jack Huston, Jai Stefan, Emma Tillinger Koskoff, Colleen Camp per Day of the Fight; origine: USA, 2023; durata: 108 minuti; distribuzione: Movies Inspired.

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