DeAndré#DeAndré – Storia di un impiegato di Roberta Lena

  • Voto

C’era una volta un bambino che spiava un salotto dalle piastrelle rosse e un sofà sul quale stavano seduti Paolo Villaggio, Marco Ferreri, Ugo Tognazzi, Walter Chiari e Fabrizio De André. Uno alla volta uno di questi saliva delle scale, si sedeva alla scrivania rialzata e, come su un palco, intratteneva gli altri, chi a raccontare del suo prossimo film (La grande abbuffata), chi a fingere di mangiare polpette di nascosto sotto lo sguardo di un dietologo tedesco severo e immaginario.

Si potrebbe continuare parlando di altri incontri (De Gregori?), ma è importante avere un focus e il focus non è sul quadretto epico bensì sull’occhio di chi il quadretto (e non solo) lo guardava, quello di Cristiano De André, colui che ci accompagna in questa viaggio nella ricerca di una propria identità attraverso la musica del padre.

Bambino allora, cinquantotto anni oggi all’uscita del lungometraggio DeAndré#DeAndré – Storia di un impiegato: un buon lavoro, si può dire, ma con alcune banalità figlie di una freschezza troppo ricercata e quindi, all’opposto, âgée. Passato Fuori Concorso alla passata Mostra di Venezia e diretto da Roberta Lena, il film comincia dall’uscita dell’album citato, nel 1973, e arriva fino ai giorni nostri, quando De André, il figlio, ce lo ripropone in un concerto, quello al Teatro Brancaccio del 2019, ancora pieno delle note che vi furono suonate vent’anni prima, una delle ultime apparizioni pubbliche del padre.

In realtà il docufilm è qualcosa di più, e non poteva essere da meno quando si tratta di un autore che ha il grande limite, e così il pregio, di non essere circoscrivibile né artisticamente (poeta o cantautore?) né poeticamente né politicamente, soprattutto all’interno di un album che cercava di cucire tra loro politica e musica lasciando tanti punti ciechi quanto dubbi (all’autore stesso). Un album nato dal contrasto e «quel contrasto un bambino non poteva che assorbirlo» ci dice Cristiano, perché in quella «droga naturale estremamente vasta e stretta come una madre», la Sardegna, laddove per i giornali c’erano questi «filocinesi con le bacchette», suo padre camminava e camminava «incazzato» con al fianco Giuseppe Bentivoglio, pigiama e marxismo al seguito, e un (lord) Piovani fischiettante.

Il disco ricevette giudizi negativi e gli toccò il destino del precursore, quello della celebrazione successiva, negli anni ’90, quando si era ormai compreso appieno che il messaggio di De André non poteva peccare di oscurità o di ingenuità politica poiché in entrambe, in un’oscura ingenuità o ingenua oscurità, risiedeva una spinta anarchica tremendamente dolce. Un messaggio che per sua natura non ha limiti di tempo e spazio: è infatti quella anarchia vaga a tornare di continuo nel documentario, quell’umanità debordante che avvolge con un succedersi di immagini, video e registrazioni le musiche cantate da Cristiano. A riguardo, la sua voce è certo altra rispetto a quella del padre – ‘pecca’ di calore, troppo – come la stessa musica si fa più elettronica e meno ruvida, ma senza che sia nella differenza tra i due l’elemento fondamentale. Qui infatti non si parla del De André padre o del De André figlio, piuttosto del De André uomo.

È il rapporto tra i due al centro della pellicola ed è un rapporto nel quale non può che esserci incontro e scontro, nel quale Fabrizio «doveva farci piangere per capire che gli volevamo bene» e Cristiano non sempre riusciva a metabolizzare l’accaduto: «tendo a dimenticare il passato, baia dei ricordi».

L’intero documentario è infatti un tentativo di accettazione dell’eredità paterna giocata su riprese ‘rubate’ per dare freschezza alla pellicola e lunghe immersioni (ridondanti?) nel mare sardo della memoria, interviste alleggerite dallo sguardo indiretto in camera e curiosi aneddoti: un padre armato di accetta cerca di sfondare la porta del bagno per portare il figlio a Tempio Pausania e dentro, alla fine, non trova nulla: «erano trascorsi quarantacinque minuti, avevo fatto tempo ad arrampicarmi sul tetto. Non c’era tragedia in quell’ascia che batteva sulla porta, piuttosto tragicommedia».

È perciò un tragicomico nostalgico, nel quale Cristiano non cede mai al pianto bensì alla felice accettazione di un tempo e di un uomo e di un ideale popolarmente anarchico che erano un tutt’uno e di cui oggi può rimanere solo la riproposizione, bella ma con il filtro proprio della memoria (e del rammarico). Ciò che è importante, insomma, è essere consapevoli di ciò che si è perso e dei limiti del recupero, e Cristiano consapevole lo è: «Mio padre era un genio, a me piace fare musica».

L’ultima immagine del film è una danza sulla spiaggia, quella di Cristiano, a ritmo di violino, e non manca il tempo per un ultimo ricordo, utile al loop: dietro una porta ritroviamo un ragazzo intento a spiare un padre. Quest’ultimo ha svegliato la famiglia nel cuore della notte, ha impugnato la chitarra, messo un ginocchio sull’altro e intonato una canzone per la moglie: Verranno a chiederti del nostro amore. A essere De André c’è il peso del nome, ovvio, e poi ci sono altri pesi, sopportabili, anzi.

In sala dal 25-26-27 ottobre


DeAndré#DeAndré – Storia di un impiegatoRegia: Roberta Lena; sceneggiatura: Alfredo Covelli, Roberta Lena; montaggio: Claudio Cormio; fotografia: Martino Pellion di Persano; scenografia: Ioannis Vafidis; costumi: Anna Bonardello; interpreti: Cristiano De André, Doris Ghezzi, Filippo De André; produzione: Intersuoni, Nuvole Production, Nexo Digital; origine: Italia, 2021; durata: 94’; distribuzione: Nexo digital.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *