6° Festival del cinema tedesco (Roma 19-22 marzo 2026): Der Frosch und das Wasser di Thomas Stuber

Dopo il diploma alla Filmakademie Baden-Württemberg e alcuni corti, Thomas Stuber ha diretto i lungometraggi Herbert (2015) e soprattutto Un valzer tra gli scaffali (2016), con Sandra Hüller  e Franz Rogowski, nel frattempo diventati due tra gli attori europei più ricercati e premiati. Ora è la volta del suo ultimo lavoro Der Frosch und das Wasser (t.l. “Il ranocchio è l’acqua”, 2025), che ha appena vinto il Premio delle Giuria al Bergamo Film Meeting,  e ora approda anche Festival del cinema tedesco di Roma. Si tratta di un buddy movie, e insieme road-movie con sprazzi di cinema-yakuza, in cui la strana coppia di amici stavolta è composta dal giapponese Kanji Tsuda, attore feticcio di Takeshi Kitano – lo ricordiamo, tra gli altri, in Sonatine (1993) e Hana-bi (1997) – e da Aladin Detlefsen, attore non professionista, che convive con la sindrome di down, qui al suo esordio.

Il genere o sottogenere del “buddy movie”, strategia narrativa caratterizzata dalla stretta relazione tra due uomini in apparenza opposti e costretti a vivere e a sperimentarsi in un’avventura comune, e in questo film ibridato con l’altro codice narrativo, più di casa ad Hong Kong, del “bromance”, in cui si vuole che almeno uno dei due amici sia un gangster (il personaggio interpretato da Tsuda, come stesse ancora in un film di Kitano, non si toglie mai gli occhiali da sole scuri e dietro la sua aria malinconica nasconde evidentemente dei segreti), ha oramai una lunga e vasta diffusione. Tanto da potersi autorevolmente porre come un elemento idoneo a trasmettere una propria eredità culturale – è oramai tema manifesto di vari studi accademici che vanno dai Film Studies, per l’analisi dei diversi elementi caratterizzanti una narrazione “buddy”, ai Gender Studies, per la costruzione culturale che investe i vari tipi di mascolinità. Tralasciando gli inizi, terra di mezzo per mattatori come Stanlio e Ollio, Dean Martin e Jerry Lewis o Jack Lemmon e Walter Matthau, per il buddy movie più recente possiamo ricordare film come Prova a Prendermi (2002), Sideways (2004), Quasi amici (2011), Green book (2018) sino a A real pain (2024). Spesso film associati, come anche questo di Stuber, al tema della marginalità (o della crisi), del viaggio e del cambiamento.

La trama è presto detta: Buschi, giovane uomo silenzioso, affetto da sindrome di Down, vive a Colonia in un centro di assistenza in cui la cura, agita con responsabilità e anche amore, è scandita, tuttavia, da una routine quotidiana che poco spazio lascia alla fantasia e alla iniziativa singolare. Durante una gita organizzata dall’equipe del centro, guidata dalla responsabile Nicole, una donna cui il film riserva un ruolo chiave e non appiattito su stereotipi, Buschi fugge dal proprio gruppo e si unisce all’altro di poco adiacente, e lì di passaggio per caso, composto da una comitiva di giapponesi in viaggio tra Germania e Svizzera. Incontrerà Hideo, uomo di poche parole e con look da gangster, e sarà l’inizio di un’amicizia puntellata da gag, fughe e “riparazioni”.Der Frosch und das Wasser

Dalle note di regia apprendiamo che il film, nato da una sceneggiatura di Gotthart Kuppel, racconta una storia di outsider, di due personaggi situati ai margini della società e outsider rispetto al loro gruppo, che in qualche modo arrivano a prendere in mano il proprio destino con le proprie risorse, in una quotidianità tuttavia non più routinaria -come dire l’humus per l’insorgenza di una singolarità.

L’eloquente e misurato inizio, concentrato sulle abitudini silenziose di Buschi nel centro, può essere visto come lente con cui far avvicinare lo spettatore sia al sentire che alla specifica postura del protagonista, elementi che nel corso dello sviluppo della storia assumeranno i contorni di una comica e imprevedibile sollecitazione a sospendere il giudizio, a tutto favore del lasciarsi andare a un percorso, va da sé trasgressivo (seppur nella tradizione dei buoni sentimenti), di nascita di una amicizia -tanto improbabile quanto, al tempo stesso, predestinata. Amicizia che sottotraccia porta in ogni caso il senso, riparatore dicevamo, di una perdita e di un abbandono da cui sono segnati (in fuori campo) i due protagonisti.

Molte sequenze ci riportano anche alla dimensione della flânerie, seppure in una versione più comica e surreale, allorché i protagonisti si ritrovano, a più riprese, ad attraversare e interagire con spazi urbani che attivano in loro desideri, paure e conflitti emotivi.

Der Frosch und das Wasser
Aladdin Detlefsen e Kanji Tsuda

Ma a parte il contesto, ciò che sta a cuore al regista è chiaramente il rapporto tra Buschi e Hiedo. I due uomini sono, sì, diversi, ma lo sono più che altro per come si manifesta la rispettiva sensibilità e intensità, e per come agisce, a geografie variabili, la colpevolezza e l’innocenza, che pure anima entrambi. Così che la fuga, la trasgressione delle regole e maschere sociali, la rabbia per la perdita di un fratello o per la marginalizzazione in una casa di cura (seppur parte del miglior welfare), riescono, alla fine del viaggio, ad approdare in un luogo in cui è di nuovo possibile credere in se stessi tramite l’altro, e in cui è ancora immaginabile la ricomposizione di una nuova compagine familiare, tema cui pure sembra sensibile Stuber. In questa cornice di cambiamento e ritorno, seppure in un luogo diverso, interesse assume anche il ruolo dei genitori, qui per Aladin rappresentati dalla educatrice Nicole e da Hiedo. Normalmente sono identificati come la fonte del Super-io, ovvero figure, lo sappiamo tutti (volenti o meno), dalle quali discendono divieti o rimproveri che, in quanto interiorizzati, complicano e bloccano la fantasia del bambino il quale, come noto, per difesa si rinchiude nella ripetizione senza fine di fissazioni. Qui essi, via via, assumono una propria originale valenza, forse più (allegramente) aperta a una risignificazione: la “madre” lascia andare via il suo bambino, che non vuole più stare con lei e che desidera altro; il “padre”, dopo un primo spaesamento (dovuto soprattutto ai propri fantasmi ), lo accoglie, recuperando quella dimensione, rimasta sommersa e bisognosa di dipanarsi, del gioco e della fantasia – tra yakuza e “quasi amici”, sono di fatto un duo comico, anzi con terzo sparring partner  la rana del titolo (animale senza memoria e abitato da suoni salmastri). Un modo, quest’ultimo del gioco, idoneo anche a produrre soggettivazioni attraverso sia il recupero, integrabile, del rimosso, sia tramite la rilettura di generi cinematografici.

D’altronde è noto come dietro l’ironia del sorriso agisca quasi sempre lo spettro del dramma. Anche se qui tenuto a bada da un saldo, e a tratti forse fin troppo ottimista, progetto narrativo.

In anteprima italiana al Bergamo Film Meeting (Premio della Giuria).


Der Frosch und das Wasser (The Frog and the Water) – Regia: Tomas Stuber; sceneggiatura: Gothard Kuppel, Thomas Stuber e Hyoe Yamamoto; fotografia: Filip Zumbrunn; montaggio: Kaya Inan; suono: Balthasar Jucker; interpreti: Aladdin Detlefsen, Kanji Tsuda, Bettina Stucy, Meltem Kaptan, Cronelius Schwalm; produzione: Pandora Film Produktion; origine: Germania, 2025; durata: 113 minuti.

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