Doppia coppia: la fiaba della prima principessa azzurra della storia di Igor Biddau

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La transizione dalla comicità televisiva a quella cinematografica è diventata, almeno a partire dalla fine degli anni ’70 (chi non ricorda Non stop, storico programma Rai diretto da Enzo Trapani dal quale uscirono, tra gli altri, Verdone, Troisi e Nuti?) una consuetudine, spesso per la lungimiranza di qualche accorto produttore. Un revival di questa tendenza è tornato sicuramente in auge negli anni duemila con Zelig , programma TV Mediaset di grande popolarità che ha spesso permesso di fare il salto sul grande schermo, in alcuni casi anche milionario, a personalità che sul piccolo (anzi, sui piccoli schermi considerata la vitalità crescente del web) avevano guadagnato una massiccia popolarità (su tutti , Checco Zalone).

I fratelli Michele e Stefano Manca , in arte Pino e gli anticorpi, sono tra gli ultimi ad aver seguito questo filone con tanto di loro regista di fiducia, Igor Biddau ( quello che era Gennaro Nunziante per Zalone). Alla loro terza collaborazione, questo Doppia coppia: la fiaba della prima principessa azzurra della storia è un film che lascia basiti, in un’ accezione purtroppo non positiva. La storia è quella di due coppie di ultratrentenni , sociologicamente(e qualunquisticamente) descritti come dei post adolescenti immaturi e sentimentalmente inibiti da una parte , più spigliati e leggeri dall’ altra: Michele e Fernanda, migliori amici che non sanno di piacersi (Harry ti presento Sally è dell’89…) vorrebbero far incontrare e mettere insieme i loro rispettivi migliori amici single Anna e Tonino , sullo sfondo di una corsa rupestre nella campagna toscana (ma potrebbe essere un qualsiasi paese di una qualsiasi regione di una qualsiasi fiction Rai , tanta la matrice anonima della regia). Alla fine, tutti si mettono insieme (il riferimento alla “principessa azzurra “ sta nel fatto che lei chiede la mano di lui).

Ora, con una storia del genere, o si è Rohmer e si riesce a far emergere la densità e la soavità nella precisa descrizione delle atmosfere, delle dinamiche emotive e psicologiche, e del contesto oppure si punta, da James L. Brooks in giù, agli equivoci e agli intrecci tra i destini sentimentali. Abbiamo chiaramente citato due paradigmi non plus ultra dei possibili approcci a certi soggetti, perché qui si arriva alla polarità di un impoverimento, di un grado quasi zero. La comicità laconica, ma non malinconica, e surreale, negli sketch, dei fratelli Manca ( che quanto meno non calcano troppo la traccia regionale del loro riconoscibile accento sardo) si fa completamente inerme e inefficace nel dare corpo a due personaggi “romantici” in una cornice che di fiabesco non ha nulla, se non la voce narrante del personaggio di Fernanda (la simpatica e niente di più Emanuela Mascherini). Per il resto non c’ è nient’altro, neanche lo spazio necessario a suscitare un fastidio per cui in qualche modo prendersela…è un film dall’ aria talmente sconfitta, scontata e smunta ,come il duo di comici che ne è protagonista, che scorre indifferente per la sua ora e trenta di durata, una scelta anche questa che restituisce una sentimento di approssimazione, e l’impressione di aver girato qualcosa di tirato via, di in una povertà di mezzi espressivi .

Certo, diverso è se un simile risultato fosse stato voluto e intenzionale, questo svuotare di senso i tempi della battuta (cosa che comunque appartiene alla comicità dei due Manca),ma la leziosità vince sull’aria stralunata e la prevedibilità è fine a se stessa, non si fa mai contrappunto di un non sense che aleggia e non affonda. Forse il modello di riferimento sono i primi film di Aldo, Giovanni e Giacomo , in particolare Chiedimi se sono felice ma mentre in quel caso la comicità trovava un traduzione allegra e rallegrante nella dinamicità e nella plasticità dell’ interazione fisica e verbale del trio , qui tutto è statico e imbambolato e, ancora una volta, non in relazione con i personaggi e i loro falsi movimenti (“Un attimo! È la prima volta che faccio i conti con le mie emozioni!”, riconosce Vincenzo di fronte alla proposta di matrimonio di Fernanda); l’orizzonte modesto, rassicurante, schematico di tale scelta narrativa fa implodere la presunta e, forse, auspicata sottigliezza ricercata all’ interno di un linguaggio comico genericamente spinto più sull’esasperazione, l’eccesso e il paradosso. Purtroppo, eseguita questa sottrazione di tono, non resta molto altro, se non la comunque insufficiente simpatia di un coppia doppia che non acquista mai lo spessore e l’ armonia di un quartetto.

Raoul Coutard , storico direttore della fotografia della Nouvelle Vague, lavorando a Non drammatizziamo… è solo questione di corna di Francois Truffaut, raccontava di quanto nelle commedie fosse ingrato il trattamento riservato all’ aspetto visivo rispetto a quello dedicato alla recitazione e al ritmo.

Ed è proprio una sensazione se non proprio di ingratitudine , quantomeno di superfluo che pervade ogni aspetto di questo film, con la conseguenza di non  consentire agli spettatori di essere generosi, neanche nel formulare un giudizio bonario.

In sala dal 30 novembre


Doppia coppia: la fiaba della prima principessa azzurra della storia – Regia: Igor Biddau; sceneggiatura: Stefano Manca, Renato Cubo; fotografia: Matteo Castelli; montaggio: Yure Vuletic; musica: Lorenzo Magari; interpreti: Emanuela Mascherini, Maria Celeste Sellitto, Michele Manca, Stefano Manca; produzione: Alessandro Montigiani; origine: Italia, 2023; durata: 88 minuti; distribuzione: Time Multimedia.

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