Hen – Storia di una gallina. Voto ***
Come una pulsante pupilla che si apre sul mondo, la prima inquadratura di Hen riassume il sentimento di resistenza, stupore e visceralità che comporta il processo del nascere, dell’uscire fuori dall’elastica fessura uterina per atterrare sulla ruvidezza della terra battuta. Trattandosi però di una gallina che sta espellendo un uovo, il passaggio successivo, per essere definitivamente incarnati ed esposti, è quello di rompere il guscio e cominciare ad orientarsi nello spazio. György Pálfi acquisisce la prospettiva di un pulcino che diventerà a sua volta gallina, in quello che può essere considerato a tutti gli effetti un racconto di formazione e di soggettivazione.

La scelta di un personaggio non umano per mostrare la realtà e le sue implicazioni da un punto di vista estetico ed etico non è certo nuova; basti citare lo spessore e la statura di un’ opera come Au Hasard Balthazar, nella quale Robert Bresson tracciava sopra il volto e davanti agli occhi di un asino sfruttato, venduto, malmenato la mappatura di un’ umanità che aveva smarrito il senso della pietas e del confine tra bene e male, tra violabile e inviolabile. L’attonita gallina di Hen , per stabilire una continuità e un’ analogia con lo struggente Balthazar, passa però attraverso la riscrittura che del film di Bresson ha fatto Jerzy Skolimowski (Eo), aggiungendo quella propulsione di dinamismo, di caos, di humor surreale più vicina alle poetiche dei cineasti dell’Est Europa ( György Pálfi è ungherese, anche se il film è girato in un imprecisato hinterland rurale in Grecia).
Destinata ben presto ad insaporire il brodo di un camionista, Hen, peraltro nera di colore e già distinguibile ( e soggetto a una possible discriminazione) tra la pezzatura prevalentemente bianca delle altre galline, ben presto scappa e comincia a muoversi in continuazione; il sentimento primario è quello dello spavento – laddove per Balthazar la frustata o la carezza incontravano una patibolare o curativa attesa – e questo stato costante di minaccia la porta a fuggire per strade, autostrade, fattorie e precari approdi marittimi.
Come per Eo il suo nomadismo è in buona parte solitario e guidato da un istinto di sopravvivenza che diventa, nel corso delle vicissitudini umane dalle quali viene suo malgrado travolta, qualcosa di più vasto ed esteso. Un primario e profondo senso di giustizia, indignazione e volontà di andare avanti, contro tutte le circostanze e le conseguenze. Lo sguardo di Hen radicato ad altezza raso terra ci mette in un corpo a corpo percettivo e sensoriale con la violenza e il degrado di cui è vittima una comunità controllata e vessata dalla piccola criminalità locale. E non avendo propriamente un volto, l’ atto del vedere della gallina si manifesta e si si esprime nella protesi del becco che si imbatte negli oggetti e nelle persone, ne capta il segnale minaccioso oppure rassicurante, mettendo in posizione subalterna quello che osserva rispetto a quello che tocca, assaggia ed elabora la sua basica coscienza ferina. In una delle scene più forti e scioccanti, due trafficanti si accorgono che i migranti clandestini da sfruttare come forza lavoro sono morti soffocati nel camion che li ha caricati e decidono di bruciare i corpi per non lasciarne traccia (incuranti del fatto che qualcuno di loro possa essere ancora in vita).
Hen, che forse ha accidentalmente causato la tragedia posandosi sul condotto dall’areazione e bloccando il passaggio dell’aria, sente il calore del fuoco sotto le zampe e addosso le penne, (quasi) vittima di un’umanissima eppure barbara strage. Non ci sono filtri moralistici o sovrastrutture sociologiche nel raccogliere la testimonianza in prima linea di un animale immerso e avvolto, letteralmente, dal negativo della realtà.
Anche se talvolta l’ ispirazione cade nel programmatico e nel dimostrativo, un meccanismo reiterato di svelamento delle bruttezze umane da parte dell’ innocenza animale; una forzatura narrativa un po’ didascalica, che nega lo spazio della sorpresa e dello stupore, quelli che potremmo considerare come i diversi piani ai quali sono in grado di farci accedere gli elementi imponderabili e imprevedibili espressi dalla natura.
Come una sorta di de-epicizzata fenice, questo volatile apparentemente elementare riesce comunque a risorgere dalle proprie ceneri e a riappropriarsi perfino di momenti di ilarità e desiderio (trasfigurati, quelli si, dall’ ironia e dalla tenerezza antropomorfe): così l’ “innamoramento” di Hen per il bel gallo crestato del pollaio e il relativo corteggiamento è accompagnato in colonna sonora da una romanticissima ballad greca, che stempera la tensione per la morte sempre imminente e restituisce una dimensione di soavità e di irrealtà.
Ancora in collegamento con il film di Skolimoski, c’è pure l’introduzione di un elemento fiabesco che, se là era evidentemente l’ asino circense e baloccato di Pinocchio, qui potrebbe riferirsi alla gallina che accompagna Dorothy nel ritorno al regno magico del Mago di Oz. Un personaggio incantato e buffo, capace di percorrere questo e quell’altro mondo, quello della realtà e quello dell’ immaginazione, fino alla fine dell’ arcobaleno. In attesa di un’ ineluttabile e automatizzata esecuzione, o anche di una proliferazione di continue (ri) nascite.
In Concorso Progressive Cinema alla Festa di Roma 2025.
In sala dal 20 maggio 2026.
Hen- Storia di una gallina (Kota) – Regia: György Pálfi; sceneggiatura: György Pálfi, Zsófia Ruttkay; fotografia: Giorgio Karvelas; Montaggio: Réka Lemhényi; musica: Szabolcs Szőke; interpreti: Antonis Kafetzopoulos, Antonis Tsiotsiopoulos, Argyris Pantazaras, Eleni Apostolopoulou, Ioannis Kokiasmenos, Mahmod Bamerny, Maria Diakopanagioti; produzione: Pallas Film, Twenty Twenty Vision Filmproduktion, View Master Films; origine: Germania/ Grecia/ Ungheria, 2025; durata: 96 minuti; distribuzione: Officine Ubu.
