Jean-Marie Straub, la continua epifania di uno sguardo antagonista

Ogni volta che si vede un film di Jean-Marie Straub e Danielle Huillet è come se, in qualche maniera, si imparasse a vedere il cinema per la prima volta e ci si accorgesse in fondo di quanto la mancanza di concentrazione e attenzione ci allontani sempre di più dall’atto fondante  e radicale di porre il proprio sguardo su un paesaggio o su una figura umana, in ascolto di una parola e di un suono, in laica contemplazione di un passaggio di luce che materializza le proiezioni di un’aspettativa e pianta il seme di un cambiamento. Prendendo spunto da ciò che ha detto lo stesso Straub, durante uno dei suoi infuocati, furiosi eppure lucidi interventi (“ …ho impiegato dieci anni  a capire come si vede un film !”) , una frase su cui torneremo per penetrare ancora di più la trasparenza e il mistero della loro poetica, potremmo dire che quel tempo di attesa e di rottura di un’ossessione empirica che si trasforma in un movimento ostinato e contrario è offerto come una possibilità e un  orizzonte per lo spettatore chiamato ad attivarsi rispetto a una direzione e a un pensiero.

Si avverte tutto il peso materico della posizione scelta per la macchina da presa e quella posizione così specifica e radicata restituisce una dimensione quasi tridimensionale di ogni inquadratura , permettendo di fare rara e preziosa esperienza del tempo e dello spazio, spostando più in là il limite fisico e mentale della fruizione cinematografica. Ora, la morte di Straub (Huillet ci aveva già lasciati nel 2006 , all’indomani della presentazione alla Mostra del cinema di Venezia di Quei loro incontri) ci riporta l’eco ancora vitale e appassionato della sua voce/sguardo, qualcosa di cui non è possibile parlare al passato, perché dinamicamente portatrice di un processo rivoluzionario, trasfigurazione espressiva in senso marxista dello sradicamento del sistema costituito e della fondazione di nuove forme, certo più collettive, dialettiche, relazionali, per rappresentare il rapporto, determinato da fattori storici, sociali e culturali, tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.

Non si avverte mai però , in loro, il limite di una contestualizzazione, di un quadro statico o inerme, nonostante il ricorso frequente al piano sequenza come specifico filmico portante del loro linguaggio: c’è la volontà di immergersi nell’essenza e nell’essenzialità, come appare cristallino nel rapporto con la scrittura e , nel particolare, con quella scrittura che ha provato a riscrivere e a riformulare il Mito dell’era antica:  concepito non più come alterità alla Storia, ne diventa la dimensione più profonda e viscerale e, conseguentemente, assoluta e universale. Proprio il citato, ultimo frutto generato dalla loro collaborazione ( anche se l’impronta altrettanto rigorosa e intensa ma più introversa e meno esplosiva di Danielle restò forte nei film che Jean-Marie continuò a fare fino al 2020) Quei loro incontri, era tratto dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, dove l’impostazione dialogica dell’opera si rifaceva a personaggi ispirati alla mitologia greca impegnati in speculazioni di carattere filosofico-esistenziale su argomenti che riguardano ogni essere, a prescindere dalla loro natura mortale o divina.

L’aderenza al testo e il suo essere messo in  rilievo sono il frutto di una già sperimentata messa in scena nell’esplorazione del pianeta letteratura: la scelta di attori non professionisti appartenenti all’archetipico e arcaico mondo di volti, corpi e suoni contadini ,  all’interno di una cornice naturale evocativa di un altrove trascendente pur nella determinatezza paesaggistica dei boschi, dei ruscelli e dei monti della campagna toscana, dove nel 2005 Straub-Huillet avevano curato un adattamento teatrale del testo di Pavese. Se ci attenessimo a delle categorie consuete per inquadrare il senso di un’opera e il significato di un’operazione,  Quei loro incontri potrebbe essere definito come documentario/backstage di uno spettacolo teatrale, ma , esattamente come tutto il resto che riguarda questi due unici cineasti , ogni prospettiva e ogni dinamica va ribaltata e riformulata. A questo proposito è estremamente significativa la considerazione che Gilles Deleuze ha elaborato nel riconoscere come peculiarità prettamente cinematografica  la dissociazione tra il visuale e il sonoro, individuando nel cinema di Straub-Huillet uno degli esempi più compiuti dell’attuazione di questa possibilità.

Il filmare simultaneamente il movimento della parola che si innalza verso l’aria mentre ciò di cui la parola parla e che vediamo sullo schermo scende sotto terra, creando un trasformativo movimento circolare che include tutti gli elementi ( aria, terra, fuoco, acqua) è  l’idea cinematografica, sempre nel linguaggio deleuziano, che meglio rappresenta l’esemplarità di Quei loro incontri e del file rouge di una ricerca che aveva già precedentemente incontrato e impattato su altre lingue e altri linguaggi(lo stesso Pavese dei Dialoghi con Leuco ma anche de La luna e i falò in Dalle nubi alla resistenza); la musica riprodotta in presa diretta in un contesto scenografico di accurata precisione pur, o meglio, soprattutto nella scarnezza  che contrappunta e integra l’origine dell’atto creativo assieme alla narrazione cronachistico-biografica nella fenomenologia di Johann Sebastian Bach in Cronaca di Anna Magdalena Bach, ne era già un’ipnotica , straniante e intrinsecamente straziante testimonianza nello splendore necessario e mai fatuo di un bianco e nero del 1967. Ed è stata anche la strada, spesso ingrata nel riconoscimento da parte di un pur mirato pubblico e anche di una parte della critica restia ad accogliere e ad attribuire un riconoscimento unanime a un doppio sguardo cosi non riconciliato e antagonista, negli anni successivi dove la scelta della potenza del testo poetico pervade la natura ontologicamente realista dell’immagine e ne rivela il sottotesto sempre e comunque politico, nell’accezione etimologica e virtuosa della lingua greca, del suo riguardare un attiva e costitutiva partecipazione comunitaria, adattata poi , nella disamina delle strutture su cui si è costituita l’epoca moderna, ad un comunismo capace di coniugare lo spessore della presenza di corpo e di pensiero, con l’aspirazione e l’ambizione di un idealismo irriducibile.

Christian Heinisch alias Karl Roßmann

E la scelta delle opere letterarie sulle quali costruire l’architettura tanto tattile e sensorialmente percettibile di questo immaginario è andata proprio nella direzione di una scrittura che ha usato la memoria, l’onirismo , lo struggimento deprivato di vezzi e compiacimenti, per portare al centro i rapporti di potere, lo sfruttamento dell’uno sull’altro, la manipolazione e la rimozione operate dal capitalismo sull’identità e l’appartenenza ai principi di uguaglianza e solidarietà: America di Franz Kafka diventa cosi Rapporti di classe (1983) e, senza tradire  personaggio,  situazioni e lo spirito della lettera kafkiana, Straub-Huillet fanno dell’epopea migratoria minimalista del protagonista Karl Rossman, da borghese decaduto a homeless sfruttato, uno studio demistificante su come è possibile rovesciare in continuazione le dinamiche tra oppressi e oppressori nel miraggio dell’individualistica realizzazione di sé (un miraggio che nell’opera di Kafka è ben rappresentato dall’immagine di quella statua della libertà che regge una spada e non una fiaccola); e con uno scarto di misura anche inferiore, e un atteggiamento ancora più totalizzante del pensiero deleuziano sulla dissociazione visivo-sonoro, l’incontro con la scrittura indissolubilmente pulsionale e allucinatoria di Elio Vittorini, in Sicilia! (da Conversazione in Sicilia) e Operai, contadini (da Le donne di Messina) ha offerto ancora un ulteriore statuto alla declinazione di poetico/politico, procedendo da una parte in uno scavo del paesaggio del volto(mai isolato nell’effetto emozionale del primo o primissimo piano, ma cesellato dentro la cornice di un luogo fisico scarnificato fino alla radice) e della terra come holderliniana culla dell’umanità alla quale tornare per riscoprirne l’assonza primigenia, l’indiscutibile appartenenza di cuore e mente.

E affidare proprio alla parola l’elemento di congiunzione tra natura e cultura, tra ribadire il continuo stupore e l’inesauribile attrazione verso una bellezza che è differenza e ripetizione, sempre restando nell’ambito delle categorie deleuziane: imparare un testo a memoria e ripetere testualmente ogni parola valorizzandone, nell’assenza dell’artificio mimetico performativo della recitazione, il valore etico ed estetico; osservare un paesaggio nell’ apparente fissita’ di un’inquadratura che invece contiene la trepidante attesa per una  variazione e una rivelazione;l’unica possibilità, ci hanno detto e continuano a dirci Straub-Huillet, per mettere in atto un cambiamento della coscienza e della sua manifestazione in questo nostro mondo in progress, tra distruzione e utopia.

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