Incroci di destini nel caleidoscopio di Taipei, i cui grattacieli si trasfigurano in visioni prismatiche. La piccola I-Jing scivola tra le bancarelle del mercato notturno come in un personalissimo parco giochi, mentre pochi metri più in là la madre, Shu-Fen, si affanna nell’allestire il suo banco di noodle. Nel frattempo, la figlia maggiorenne, I-Ann, sfreccia sullo scooter nelle strade congestionate del traffico, diretta al chiosco di noci di areca dove ha trovato lavoro. I volti bruciati dalla fatica e dalla luce al neon, catturati in strettissimi primi piani dall’Iphone, e questa fitta giungla interconnessa ripresa dall’alto richiamano i numi tutelari Wong Kar-wai e Edward Yang. Eppure, Shih-Ching Tsou innesta su questa eredità un ritmo inedito e rombante, sostenuto dal montaggio di Sean Baker, già complice nel suo esordio, Take Out (2004).
Il serrato montaggio parallelo in Left-Handed Girl ci conduce lungo questi tre destini “una battaglia dopo l’altra”: in ballo, però, non c’è un ideale rivoluzionario da consegnare alle future generazioni, quanto piuttosto un risveglio della responsabilità etica e sociale. In questa megalopoli iper-connessa, tutto appare in superficie, ma al contempo sembra sfuggire in un perverso gioco a nascondino: il padre morente, latitante da una vita, trascorre i suoi ultimi giorni in ospedale nell’indifferenza (o nell’ignoranza) delle figlie; la nonna occulta un traffico di passaporti falsi e un’ingiustizia testamentaria che privilegia il primogenito maschio; il nonno superstizioso costringe la nipotina a reprimere la “mano del diavolo”, la sinistra, sotto un panno; il padrone del negozio di noci nasconde la moglie da I-Ann con cui la tradisce; gli ex compagni di scuola di I-Ann hanno cambiato cognome, quasi a volersi disfare del proprio passato.
Tsou e Baker calibrano al millimetro questa coreografia di incroci, tra accelerazioni rischiose, brusche frenate per lutto e collisioni emotive. Talvolta lo scontro è fisico: con la “mano del diavolo” I-Jing lancia una palla per il suricato ereditato dal padre, che finisce oltre il balcone, scatenando un incidente stradale. Deresponsabilizzata dal mito della mano demoniaca, la bambina si abbandona a una sfilza di micro-furti tra le bancarelle. Ma a differenza di certe tentazioni miserabiliste bakeriane, Tsou rifugia ogni facile patetismo: i furti, quasi per paradosso benefico, finiranno per salvare la nonna dall’arresto, mentre la sorella maggiore, scoperte le abitudini della sorella, trasformerà la colpa in un atto di riparazione e risveglio morale.
Tutte le traiettorie narrative attraversate convergono con un’intelligente fluidità in una sequenza culminante e catartica: è il sessantesimo compleanno della nonna, ma invece di celebrarla, tutti gli altarini crollano, tutte le verità vengono a galla. Questa Taipei freneticamente interconnessa non è ancora del tutto priva di legami, deve ancora mantenere un senso di responsabilità verso gli altri. Ma proprio per questo deve anche fare i conti con il sostrato sessista su cui è fondata: una verità sconvolgente ci costringerà a rivedere tutti i destini fin lì seguiti, tutte le scelte fin lì compiute. Alla fine, si ritorna, con una rinnovata consapevolezza, nel caleidoscopio urbano, nel flusso del mercato, a consumare energie in una realtà che continua a celare la sua vera natura. Titolo italiano: La mia famiglia a Taipei.
Presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma 2025 (Vincitore Miglior Film – Concorso Progressive Cinema)
In sala dal 22 dicembre 2025.
La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl )– Regia: Shih-Ching Tsou; sceneggiatura: Shih-Ching Tsou, Sean Baker; fotografia: Ko-Chin Chen, Tzu-Hao Kao; montaggio: Sean Baker; interpreti: Janel Tsai, Shih-Yuan Ma, Nina Ye, Brando Huang, Akio Chen, Xin-Yan Chao; produzione: Sean Baker, Shih-Ching Tsou per Left-Handed Girl Film Productions Company Ltd, Alice Labadie e Jean Labadie per Le Pacte, Mike Goodridge per Good Chaos; origine: Taiwan, 2025; durata: 109 minuti; distribuzione: I Wonder.
