Festival di Venezia (2-12 settembre 2026): Makikiraan po (Let us through, dear ancestors) di Lav Diaz ( Venice Open – Fuori Concorso)

Makikiraan po (Let Us Through, Dear ancestors). Voto ****.   Ancora un’opera che indaga sulle cause e sugli effetti del colonialismo attraverso la Storia. Lav Diaz, dopo le densità cromatiche di Magellan, torna al bianco e nero, immergendoci nella foresta fitta e densa di suggestioni misticheggianti e di immanenti presenze umane e animali, nella parte più interna e selvaggia delle isole Filippine occupate brutalmente dal confessionale Stato spagnolo del 1617. Uno sguardo che sposta la percezione su più livelli e inquadra in modo trasversale la deflagrazione di un fenomeno politico, culturale e antropologico di occupazione e sfruttamento.

Let us through, dear ancestorsUn punto d’accesso e di passaggio tra la staticità ancestrale di una fittissima vegetazione nel cuore profondo, spazialmente e temporalmente, delle isole filippine. La prima inquadratura di Let Us Through, Dear ancestors (traduzione letterale dal filippino Makikiraan po che indica la formula per chiedere agli spiriti degli antenati di poter passare attraverso la foresta) contiene già uno dei confitti fondamentali nel cinema di Lav Diaz, oltre ad attivare immediatamente nello spettatore una pratica quasi meditativa di concentrazione sul senso delle immagini. Il rapporto tra natura e cultura, tra paesaggio sonoro e visivo e figura umana, la seconda lasciata in balia del primo che non agisce come entità astratta punitiva o compassionevole, o comunque Diaz ne smonta questa impostazione trascendentale e onnisciente. Scegli di mantenere invece,  come nella sequenza d’apertura, un punto di vista dal basso verso l’alto, incorniciando una porzione di cielo che sembra quasi un obiettivo o la trasposizione percettiva di un terzo occhio; un’apertura a cui ritornare nell’ alternarsi di focalizzazioni e decentramenti, chiusure ed espansioni nel corso dell’impervio viaggio.  Questo scenario organismico  diventa il ricettore delle proiezioni fantasmatiche e mitologiche, delle angosce più profonde e delle pulsioni più incontrollate, appartenenti a quegli individui e a quelle comunità che vorrebbero interpretarne i segni catastrofici, applicando una forma di controllo razionale destinato a tracollare di fronte all’ineluttabilità dei fenomeni ambientali e alla deriva della follia degli  uomini (in questo caso è necessario indicare il genere di appartenenza, in quanto quella specifica azione di megalomania e di distruzione è messa in atto proprio dal potere maschile).

Dopo l’episodio del corposo e pittorico colore di Magellan , c’è il ritorno a un luminoso bianco e nero che pone sotto un’osservazione lucida e straziante, svuotata di qualsiasi enfasi spettacolare e melodrammatica, il più ingombrante degli spettri e dei rimossi tra l’Occidente e l’Oriente : quel colonialismo che, nella contemporaneità,  ha cambiato forma, interessi e strategie di occupazione; una ferita mai curata dalla quale emerge incontrollata la frammentazione continentale di esodi e di contro esodi, con un sistema che continua a imporre una gerarchia sopra le precarietà e le necessità di popoli estromessi dall’utilizzo delle loro stesse risorse  (o di quello che oramai ne resta dopo l’espropriazione).

let us through dear ancestors

Il personaggio di Padre Enciso, il frate spagnolo che nel 1617 vuole far costruire una chiesa cattolica in mezzo alla foresta, incarna in Let Us Through, Dear ancestors mefistofelicamente e strutturalmente, su un piano etico e organizzativo, le modalità basiche e brutali dello Stato colonizzatore.  Un’istituzione per onnipotente procura e per estensione di un vagheggiato concetto di Imperium ( come ha estesamente raccontato, con altri mezzi e in altri contesti, lo straordinario documentario di Sergej Loznitsa), troppo generico per penetrare la vastità o, per quanto riguarda Diaz, la fittezza dispersiva di un territorio talmente esteso. La dittatura del proselitismo, neanche fintamente basato su una gentile evangelizzazione e improntato a una conversione coatta,  impone la distruzione dei culti spiritisti e dei manufatti e delle costruzioni ad essi dedicati e la ricostruzione di altari monoteisti.  Un processo di espiantazione e di assorbimento attuato in una prospettiva di obbligo e di ricatto.

Enciso porta su di sé anche i tratti e i comportamenti del suprematista occidentale, che viola e stupra i corpi delle donne, utilizzandoli come strumenti per un’ottusa riproduttività; generazioni di figli-schiavi costretti, per la perversione di un vincolo imposto, ad obbedire agli ordini, anche quelli più sconsiderati e pericolosi, sganciati dal sentore fondante e archetipico di una sacralità non conformata. Non c’è più neanche l’aspirazione di grandezza e di conquista, in quanto impresa superomistica, di Magellano, una contro epica degenerata col tempo in psicosi allucinatoria di fronte al riscontro sanguinoso, auto ed etero inflitto, delle proprie spedizioni. A imporsi è solo la soddisfazione rapace dei bisogni più elementari, tanto che la stessa chiesa da farsi, dimostrazione del primato della civiltà  sui “selvaggi”, rimarrà qualcosa di non portato a termine; come un gesto mancato, e un’immagine mancante,  che sta ad indicare l’abbrutimento di una presenza occupante incapace di (ri) produrre i propri simulacri, perché corrotti e deviati nel loro portato valoriale e simbolico.

let us through dear ancestors

Lav Diaz non smette di rimarcare la differenza di posizione tra uno sguardo esterno, folkloristico ed esotico, e la riproduzione immersiva di un’esperienza che tracima dalla contestualizzazione storica e dal descrizione dei fatti. Il disorientamento logistico e, progressivamente, psico-spirituale del gruppo di autoctoni mercenari assoldati da Enciso per portare le pietre destinate alla costruzione della chiesa da una zona rurale all’altra della regione, sembra penetrare nei piani sequenza con la frequenza di una cadenza ipnotica.

La sezione di taglio delle inquadrature è ulteriormente ristretto e limitato; sono quasi praticamente assenti i campi lunghi e panoramici e la profondità di campo restituisce quella sensazione di asfissia, di minaccia, di attacco imminente che risuona fin dalle prime invocazioni degli indigeni alle ancestrali divinità che non vogliono inimicarsi.

Anche la morte nel suo accadere viene relegata all’oscenità del fuori campo, e di essa si assommano e si accumulano le conseguenze, raffigurate dai corpi ammassati, mutilati, dilaniati; i resti di una hybris perseguita e subita, sulla scia stragista e genocida apparsa in Magellan:  la differenza sta qui in un tono, che pur mantenendo la medesima intensificazione iperrealista, introduce una suggestione quasi fantastica, misteriosa, da horror non sovrannaturale in modo aleatorio, bensì immanentemente atmosferico e localizzato.

Una strada in parte esplorata da Diaz già in Essential Truths of the Lake (2023), che partiva più dichiaratamente dalla struttura di un noir contemporaneo, e che innestava lungo l’arco del racconto/ indagine digressioni  non del tutto esplicabili e intellegibili da (body) horror, in un rapporto  sempre stretto di fascinazione per l’ibridazione organica tra elementi della natura e dell’animalità , la disintegrazione fisica delle identità umane e il loro ricomporsi nei luoghi altri e alterati dal/ del mito e dalla/della leggenda.

Tra l’altro, uno dei personaggi esorta i compagni, obbligati alla traversata notturna della selva fatale durante il trasporto dei massi per il completamento della chiesa, a mantenere i “sensi svegli” anche una volta giunti sulla soglia dei propri sogni e dei propri incubi, così da poter sopravvivere alle punizioni mortali inflitte dagli spiriti. L’abbondono delle consapevoli facoltà psichiche e sensoriali e l’ingresso nella dimensione dell’inconscio e dell’irrazionalità può significare dunque perdere la vita, riconducendo gli effetti di qualsiasi temuta manifestazione esteriore di una mostruosità dentro gli stessi uomini che ne sono gli artefici e le vittime.

A questo ulteriore livello metaforico, il colonialismo non è più solo espressione di un modello politico, sociale ed economico sul quale si sono costituiti secolarmente gli Stati di una certa parte di mondo; diventa, più sostanzialmente, il (triste tropico del ) cancro che ha divorato dall’interno gli organismi di popolazioni manipolate e strumentalizzate fino a negare loro l’autodeterminazione perfino di aspettative e desideri.

Una perdita raccolta dal pianto insieme raggelante e lancinante di un anziano che si lamenta sul corpo (peraltro evocativamente queer) della sorella, pagana sacerdotessa e guaritrice degli abitanti dei villaggi e degli insediamenti, incarcerata e uccisa dalla sommaria inquisizione di Padre Enciso; una salma bianca errante per la quale non si chiede la pietà di una sepoltura ma che rimanga il ricordo permanente di un mancato sincretismo e di un’abortita multiculturalità.


Makikiraan po (Let Us Through, Dear ancestors)  – Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Lav Diaz; interpreti: Bart Guingona, Ronnie Lazaro, Isabel Sandoval, Yul Servo, Christian Bables, Bong Cabrera, Rafa Siguion-Reyna, Amado Arjay Babon; produzione: C’est Lovi Productions OPC (Lovi Poe, Montgomery Blencowe), Epicmedia Production (Bianca Balbuena), sine olivia pilipinas (Hazel Orencio); origine: Filippine, 2026; durata: 151 minuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *