L’ombra di Caravaggio di Michele Placido

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Premessa: il romanzo è la prima epopea borghese e il genere primo del romanzo è, insieme all’epistolare che è spurio, quello storico: Ivanhoe di Walter Scott, per fare un esempio, poi andiamo fra i francesi e Victor Hugo impera insieme a tanti altri etc etc. Detto ciò, il cinema è la seconda epopea borghese, da carta alla cellulosa, perché nella narrazione condivide buona parte delle modalità romanzesche.

Quello che si vuole dire, insomma, è che la narrazione storica è quella che nel tempo è stata più utilizzata e quindi logorata, ancor di più in Italia nel momento in cui è stata approcciata dal piccolo schermo con strafalcioni Rai che erano capaci di strozzare il personaggio storico di turno con una morale spesso e volentieri sgraziata e piegata alla lacrima facile. Nel momento in cui affronti Michelangelo Merisi, insomma, i pericoli sono proprio quelli, tre per semplificazione: andare nel già visto, far mangiare il personaggio da una morale o far pappare la persona dal personaggio storico, cioè l’essere umano dall’essere tramandato dalla vulgata. Il privato dal pubblico. Perché la vera bellezza del racconto, diciamo, dovrebbe essere raggiungere lui, Caravaggio, oltre l’aspetto pubblico. Detto ciò, il prodotto di Michele Placido come lo possiamo considerare?

Lombardo. Attaccabrighe. Arcangelo Michele. Eretico. Blasfemo. Anticristo. Michelangelo Merisi è tutto ciò e al contempo, prima di tutto anzi, è il Caravaggio (Riccardo Scamarcio), il famoso pittore. Anno Domini 1609, sull’artista pende una condanna a morte per l’uccisione di un uomo ed è perciò fuggito a Napoli, sotto la protezione dei suoi mecenati. Eppure tra le mura partenopee l’artista non è al riparo dalle lame: una persino gli attraversa la bocca. Nel frattempo, a Roma, Papa Clemente V ha chiesto a un oscuro uomo dell’inquisizione (Louis Garrel) di indagare sui supposti crimini del Merisi per decidere della sua sorte: concedere la grazia o meno. Inizia così un viaggio di un decennio tra dipinti e coltelli, alla corte nobile di Costanza Sforza Colonna (Isabelle Hupert), alla corte cardinale di Del Monte (Michele Placido) e a quella povera di Lena Antonietti (Micaela Ramazzotti), per mettere sotto esame – sotto lo sguardo dell’inquisitore ma senza che i suoi occhi abbiano mai una visione chiara – vizi e pregi, peccati e meraviglie di un uomo che ha costretto i ricchi a venerare poveri travestiti da santi, madonne e martiri, e che questo meraviglioso affronto ancora non lo hanno perdonato.

Come si può considerare allora il lavoro di Michele Placido? In quali dei tre pericoli sopracitati incappa? Uno e mezzo a essere generosi, cioè mezzo più mezzo più mezzo, ma con varie note degne di lode. La soluzione narrativa, infatti, è sicuramente più originale di un pedissequo biopic. Una variante che negli ultimi anni è spesso utilizzata: il personaggio storico prescelto è indagato per qualche reato, omicidio per esempio. La serie tv Leonardo del 2021 utilizzava lo stesso copione. Non essendoci ancora abituati alla modalità, la scelta risulta di certo intelligente (non brillante) e ha dalla sua un grande vantaggio: il personaggio, quindi il Merisi, è un uccellino di cui siamo alla continua caccia. Ciò permette di creare un alone di inafferrabilità che non usura il personaggio e lascia grandi spazi vuoti parecchio fertili. È quindi la morale a papparsi Caravaggio?

No, non del tutto almeno. Mezzo, appunto. Placido non basa il film sul contrasto tra lato oscuro e lato lucente di Caravaggio – insomma sull’oscurità penetrata dalla luce che costella le sue opere e così la persona che le create – vira invece verso un uomo che preferisce la Chiesa dei Poveri alla Chiesa di Roma e che la verità la trova solo nella miseria, laddove non vince la ricchezza ma l’amore, appunto

AMOR VINCIT OMNIA

Questa finisce per essere la morale del film, valletto amore a braccetto con madama povertà, e il finale un poco da questo viene sgranocchiato, tuttavia non esageratamente. Non è quello il problema. E, infine, per quanto riguarda il personaggio storico che mangia la persona?

Prima si dica che il film presenta una buona scenografia – molto carine la ricreazione delle feste romane (con ottima scelta di colori), meno le cartoline su Roma e Castel Sant’Angelo nello specifico -, una regia che nella caccia alla vera anima del pittore si avvale di sfocature, inquadrature oblique, imprecisioni, sfarfallamenti efficaci e che spesso passa dall’anima agli occhi di Merisi e il mondo attorno lo vede così: ombre violentate da luci o le luci abbracciate dalle ombre. Si creano belle atmosfere pittoriche che aiutano la narrazione. Come ottime sono le interpretazione degli attori: Riccardo Scamarcio è un efficace Merisi (ruolo nelle sue corde), Louis Garrel è altrettanto valido come Frollo italiano, Michaela Ramazzotti crea nell’immediato chimica con l’attore pugliese così come Isabelle Hupert.

Insomma, il prodotto confezionato da Placido è piacevole. Si fa seguire (bene) e si fa guardare (molto bene), quindi oltre alla semplice narrazione si può dire che filmograficamente ci siamo, però…

Però rimane che il personaggio, alla fine, sì, la persona se la mangia. È vero che lo scontro tra l’inquisitore e il Merisi è buono – benché perda di tensione sul finale e questo potrebbe disturbare – però ciò fa rientrare i due personaggi in un’opposizione tanto feconda quanto limitativa. Caravaggio torna a essere quello che c’è sempre stato, nulla di nuovo. Tuttavia, quanto potrebbe esserci in Caravaggio? Ma non nel Caravaggio anticristo o nel Caravaggio angelo Michele, ma nel Caravaggio che viveva il giorno: dove andava quando non bazzicava per bordelli, campi di pallacorda e osterie? Come si procurava o creava quella pittura nera e invece quella bianca? Quale era la sua peggior paura? Il film di Placido è un film di personaggi come è giusto che sia, ed è godibilissimo per quello che è il suo Caravaggio personaggio, ma quando avremo un Caravaggio persona o personaggio che trasuda persona per visione registica? A quando Caravaggio che non scopa, non dipinge e non combatte soltanto, un Caravaggio che non fa nulla se non essere il geniale però quotidiano Caravaggio?

Dopotutto, il cinema è questo: l’impossibile ricerca registica della persona sotto le mentite e veritiere spoglie del personaggio.

Presentato in anteprima alla Festa di Roma (sezione Gran Public)
Dal 3 novembre al cinema.
Da 4 novembre esce anche la colonna sonora composta e firmata da ORAGRAVITY (Umberto Iervolino ∙ Federica Luna Vincenti) per le Edizioni CURCI e GOLDENART PRODUCTION


L’ombra di Caravaggioregia: Michele Placido; sceneggiatura: Michele Placido, Fidel Signorile, Sandro Petraglia; produttore: Federica Vincenti; fotografia: Michele D’Attanasio; montaggio: Consuelo Catucci; musica: Federica Vincenti, Umberto Iervolino; scenografia: Tonino Zera; costumi: Carlo Poggioli; interpreti: Riccardo Scamarcio, Louis Garrel, Isabelle Huppert, Michele Placido, Micaela Ramazzotti, Vinicio Marchioni, Carlo Giuseppe Gabardini. Maurizio Donadoni, Lolita Chammah, Erika D’Ambrosio, Gianfranco Gallo, Gianluca Gobbi, Lorenzo Lavia, Moni Ovadia, Alessandro Haber, Tedua, Brenno Placido; produzione: Goldenart Production, RAI Cinema, Le Pacte, MACT Productions; origine: Italia, Francia, 2022; durata: 98’; distribuzione: 01 Distribution.

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