Mes petites amoureuses di Jean Eustache

Nel 1974, l ‘anno dopo aver realizzato La maman et la putain, la sua elegia post nouvellevaguiana su una gioventù che sfioriva nella dissociazione nevrotica tra dimensione collettiva  e individuale, Jean Eustache presentava  Mes petites  amoureuses (“Le mie piccole innamorate”, in questi giorni per la prima volta in sala in Italia grazie a I Wonder classics), che ne era una sorta di prologo immerso questa volta non più nel livido bianco e nero urbano, ma nei colori estivi della provincia.  Non inganni però l’ambientazione calda e nostalgica e il fatto che si tratti di una storia di formazione sentimentale: il soffio al cuore di Daniel, il protagonista filmato nella fragilissima fase preadolescenziale, è raccontato con uno sguardo intriso di laconica pietas, tra l’osservazione a distanza ravvicinata degli strappi e dei traumi di un ragazzo interrotto e il precoce scoramento/scollamento tra l’istintiva, spontanea pulsione desiderante e il suo perdersi nel gesto reiterato e compulsivo di una frustrazione e di un’impotenza.

Sono passati d’altronde quindici anni (1959) da I quattrocento colpi, incipit spartiacque di tutti i racconti di formazione, e di quella freschezza e vitalità con cui Francois Truffaut travolgeva e si faceva travolgere dal suo alter ego per sempre Doinel/Leaud è rimasta una scia flebile, un sussurro. Daniel non corre verso qualcosa , ma passeggia alla maniera di  qualcuno , per la strade desertiche e assolate di un paese dove tutto è imitazione, ripetizione , riflesso provinciale di un’ immagine vista al cinema o di un eco proveniente dalla città . Un po’ più alto dell’Antoine truffautiano, è circondato da un silenzio e da un’indifferenza che fanno il palio con la sua desolata voce narrante interiore, dove spesso dichiara quello che avrebbe voluto fare e che non ha fatto.

Il primo strappo è proprio la separazione dalla nonna amorevole per tornare da una madre, assente e distante a prescindere dalla presenza e dalla vicinanza spaziale, e da un patrigno con cui non può  parlare non tanto per il fatto che, in quanto spagnolo, non comprende e non sa esprimersi correttamente in francese; c’è una vera e propria afasia del linguaggio, anche quello basico di una relazione affettiva tra un adulto e una bambino . Ed è proprio la donna , interpretata dalla fassbinderiana Ingrid Caven con quel piglio di freddezza, cinismo e atteggiamento castrante appartenente ad alcune donne ( in particolare e non a caso le madri) tratteggiate dal cineasta tedesco, a sancire una cesura tra la possibilità e l’impossibilità. È lei che nega al figlio la continuazione degli studi dopo la terza media (“per andare a scuola bisogna vestirsi bene e servono i soldi”) e lo costringe a trovare lavoro nell’officina del fratello del marito. Un luogo di routine e di noia , che Eustache trasforma per Daniel, attraverso la  cornice/porzione/frammento della vetrata del negozio, in un punto di osservazione sul mondo che gli scorre sotto gli occhi ; questo vedere letteralmente la vita che passa e che può realizzarsi , mimeticamente, solo nella riproduzione di un approccio,  sublimazione di un bisogno di contatto e di calore.

Ogni immagine diventa dunque un riflesso a cui attaccarsi per compensare la mancanza di un’opportunità e di una carezza. Gli amanti che si baciano e abbracciano di notte davanti all’officina, con una totalità e un abbandono che sembrano gli stessi di quelli dei grandi melodrammi  hollywoodiani in technicolor degli anni ‘ 50 visti al cinema; un immaginario che alimenta il desiderio e al tempo stesso lo distanzia e lo scherma. Uno scarto dentro il quale la mano di Daniel  tenta di afferrare la gonna di una ragazzina o di toccare il seno di un’ altra nel buio di una sala cinematografica, ricevendone  la sensazione amara di un momento che fugge e che sfugge , parafrasando un po’ il titolo, L’amour en fuit, del capitolo conclusivo che Truffaut ha dedicato ad Antoine Doinel (ma in quel caso era il memoir ancora in corso/in corsa di un adulto ,mentre qui c’è già uno struggente e preannunciato senso di perdita, di incanto e disincanto, nello stesso spazio-tempo ). Anche la piccola innamorata con la quale Daniel ha la possibilità di scambiarsi qualche promessa di un nuovo incontro, non avrà un’ altra chance, perché la prossima volta lui sarà partito per le vacanze, nel succedersi dolce e amaro di accadimenti e contraddizioni.

Il film si apre per altro con una toccante, intimistica e anch’essa sfuggente panoramica notturna di un Daniel piccolo e vulnerabile che dorme nel suo letto,  con la successiva inquadratura di quello stesso letto scoperto e vuoto, illuminato dalla luce del giorno che evidenzia le pieghe lasciate sulle lenzuola. La restituzione breve di un fanciullesco corpo onirico prima che la realtà contingente e soffocante ne faccia una piccola persona sottomessa e mortificata, con un afflato alla Robert Bresson, più vicino forse allo sgomento de L’argent e Il diavolo probabilmente che all’ineluttabilità di Au hasard Balthar e di Mouchette. E spesso le sequenze si chiudono con Daniel che abbassa gli occhi e la testa di fronte all’ennesima sconferma, il più delle volte materna, di un’aspirazione o di un sogno.

Non trovando nell’angusto antro familiare la sostanza e la forma  per diventare se stesso, Daniel le cerca fuori ed Eustache le materializza in uno scenario concreto e fantasmatico, in presa diretta e in abisso,  che è attraversato da figure in risonanza con la poetica della Nouvelle Vague: quelle donne dalla gambe lunghe e le scarpe con i tacchi che anticipano le passerelle de L’uomo che amava le donne (ancora Truffaut, nel 1977) o le rohmeriane fanciulle in vetrina trasfigurate dall’idealismo maschile in crisi de L’amore, il pomeriggio. Ma siamo ancora oltre la visione e la ridefinizione  di un romanticismo intergenerazionale, dai moti adolescenziali dei corpi impazienti  al crepuscolo di un anticipata senilità di sensi e agiti. Ingrid Caven , in questo senso, non è l’unico collegamento con Fassbinder: le lunghe carrellate orizzontali di questi giovanotti seduti lungo i tavoli di un bar (Daniel, interrompendo la scuola,  si troverà a frequentare solo ragazzi più grandi di lui e già inseriti nel mondo del lavoro a vari livelli) focalizzati/fissati nello stanco ripetersi di seduzioni che assomigliano a pose e coreografie di un rimorchio coatto, rimandano alle prime opere del compianto Rainer Werner, in particolare Katzelmacher (un gruppo di giovani bavaresi alle prese con la piattezza e il vuoto delle loro esistenze che riverseranno frustrazioni e tensioni contro un immigrato greco).

Tra l’altro Daniel si presenta da subito con un atteggiamento sfidante e provocatorio ( l’imitazione del performer visto in un circo itinerante che sfida la soglia del dolore) , e c’è una certa vibrazione di trattenuta, implosa violenza mischiata al residuale ed afono sottotesto di una necessità, anch’ essa di comune matrice fassbinderiana. Un suono che non riesce a farsi urlo e che è amplificato dal fuori campo di una richiesta che non si fa espressione:  Voglio solo che voi mi amiate.  

In sala dal 18 settembre


Mes petites amoureuses Regia e sceneggiatura: Jean Eustache; fotografia: Nestor Almendros; montaggio: Francois Belleville, Alberto Yacelini e Vincent Cottrell; interpreti: Martin Loeb, Jacqueline Dufranne, Jacques Romain, Ingrid Caven , Dionys Mascolo, Marie-Paule Fernandez, Henri Martinez, Maurice Pialat; produzione: Pierre Cottrell per Enea e Gala; origine: Francia, 1974; durata: 123 minuti; distribuzione: I Wonder classics.

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