Eismayer di David Wagner

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Charles Eismayer è il terrore di ogni recluta: piccolo, secco, nervoso e apparentemente privo di qualsivoglia empatia nei confronti dei suoi simili. O almeno, così ce lo dipinge il regista austriaco David Wagner, anch’egli cadetto (a suo modo) nella grande caserma dell’industria cinematografica odierna. Al terribile vice tenente, l’autore dedica la sua opera prima: “ho conosciuto la sua storia attraverso un articolo del 2014” dichiara in un’intervista “ma ricordo aneddoti su di lui fin dai tempi in cui io stesso ho fatto il militare”. Esistono, infatti, uomini che vivono (o sopravvivono) grazie alla loro reputazione: Eismayer è uno di essi. Abbozzarne il ritratto significa, innanzitutto, tesserne e insieme scardinarne il mito.

Questa è la chiave per comprendere il lungometraggio: sì, perché Wagner sovrappone il fatto realmente accaduto allo sguardo intimista della sua macchina da presa, trasportandoci con incredibile agilità dentro e fuori l’animo del protagonista. Il quale, per entrare in scena, non ha certo bisogno di presentazioni: nei dieci minuti di apertura, Eismayer è un concetto, o meglio, uno spauracchio. Ad aprire le danze è una carrellata di volti, istantanee che ritraggono giovani soldati in erba adeguatamente schedati e spediti nei loro alloggi. Qui, fra una risata e l’altra, iniziano a serpeggiare voci sui metodi non proprio ortodossi di cui l’istruttore si serve per tormentare gli allievi. Eismayer ha fatto esplodere una mucca con un bazooka. Eismayer ha ammazzato una recluta sfiancandola di flessioni sotto l’acqua gelata. E così via, lasciando galoppare sullo schermo alcune reminiscenze degli anni che il regista trascorse nell’esercito.

Poi un Eismayer in carne ed ossa (qui interpretato dal bravissimo Gerhard Liebmann) fa capolino nelle camerate, ed è subito un tripudio di urla, minacce e punizioni corporali. Eppure, la cosa non ci infastidisce più del dovuto, questo tiranno fuori moda ci dà esattamente ciò che da lui ci aspettiamo. Ed ecco il problema. Il vice tenente è prigioniero di un’esistenza bipolare ormai cancerizzatasi fra l’uniforme e il focolare domestico: da una parte, abbiamo un dittatore reazionario a cui la promulgazione di un’ipotetica legge marziale, nell’Europa del ventunesimo secolo, non farebbe né caldo né freddo. Dall’altra parte, però, abbiamo un padre affettuoso e remissivo per il quale il lavoro nelle caserme è quasi un dovere impiegatizio – un dovere totalizzante, eppure perfettamente normalizzato nella sua placida ripetitività. E poi c’è Eismayer, il vero Eismayer, una persona schiva e sensibile fino al cinismo, un figlio ripudiato dalla famiglia a causa della sua omosessualità. Ma questo terzo uomo, lo distinguiamo a fatica, e non senza una certa angoscia.

Anche Mario Falak (Luka Dimić), un ragazzo di origini bosniache appena unitosi al reggimento, sembra interessarsi più al Maestro che non al Mostro: durante un’esercitazione, il soldato ha un attacco di vertigini e cade in un fiume – è in quel momento che l’istruttore mostra l’Eismayer celatosi dietro ad Eismayer, prima rassicurando e poi salvando la recluta. Fra i due nascerà una storia d’amore inizialmente tormentata (Falak non si nasconde, e questo il vice tenente non può sopportarlo) ma destinata a divenire, col passare dei mesi, parte di una quotidianità condivisa alla luce del sole.

Quando al dispotico addestratore viene diagnosticato il cancro, i frammenti della sua doppia, tripla vita cominciano paradossalmente a congiungersi: confinato in un letto d’ospedale, privato di quel corpo su cui era abituato ad esercitare pieno controllo, l’ex terrore dell’esercito austriaco ritrova sé stesso nella morte delle sue vecchie e ormai opprimenti spoglie. Durante il lento e doloroso percorso di guarigione, il protagonista troverà il coraggio di svelarsi alla moglie e ai figli, nonché al resto della sua unità. Ma questo svelarsi, nella pellicola di David Wagner, non assume mai le tinte irreali e stucchevoli dei melodrammi in cui tutto finisce bene – o in cui tutto finisce male. Nulla di simile alla malinconia leziosa di cui, invece, la sceneggiatura del nuovissimo My Policeman di Michael Grandage (da poco uscito su Prime Video) è intrisa: insomma, nessun feuilleton, ma una realtà che per ottenere risonanza non necessita di smancerie. Abbiamo l’impressione che Eismayer, stremato, sventoli infine una bandiera bianca, e che lo faccia un po’ per sua volontà, un po’ per volontà di altri. L’Happy Ending arriva solo dopo un cammino sofferto e accidentato, dopo un congedo, dopo un divorzio e, in particolare, dopo un faticoso passaggio di testimone.

Eismayer è anche un film sui rapporti intergenerazionali, o meglio, sul cambio guardia fra passato e futuro che porterà, in tal caso, i due amanti a ricoprire l’uno il ruolo dell’altro: Falak verrà promosso proprio nel giorno in cui il vice tenente dovrà dire addio alla sua carica di istruttore. E sarà ancora Falak a prendersi cura del compagno, con i metodi che il compagno un tempo gli insegnò. Eismayer, in pratica, torna ad essere Charles (o forse, nell’immaginario di Wagner, lo è sempre stato) e riscuote nel pubblico una tenerezza a tratti fin troppo dissonante per un personaggio così controverso. Ma al regista la maschera del tiranno interessa soltanto ai fini della sua redenzione: giunti all’epilogo, abbiamo l’impressione di conoscere solo uno dei tre Eismayer. Quello vero.


Cast & Credits

Eismayer  – Regia e sceneggiatura:  David Wagner; fotografia: Serafin Spitzer; montaggio: Stephan Bechinger; interpreti: Gerhard Liebmann, Luka Dimić, Julia Koschitz, Anton Noori, Christopher Schärf, Karl Fischer, Lion Tatzber; produzione: Arash T. Riahi, Sabine Gruber, Golden Girls Filmproduktion & Filmservices GmbH; origine: Austria 2022; durata: 87’.

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