Minotaur – Voto **** – Il Minotauro collettivo di Zvjagincev è un film dalla potenza gelida e implacabile che ci risucchia giù nel profondo come dentro un gorgo con una coerenza vertiginosa tra la forma del film e ciò che racconta: un mito greco, un originale francese, capitali divisi tra Francia, Germania e Lettonia, un regista russo in esilio. L’identità russa raccontata solo dall’esterno, per interposta cultura, perché dall’interno non si può più. Bentornato, Andrej Zvjagincev.

Andrej Zvjagincev torna sulla Croisette dopo nove anni di silenzio con un film girato per necessità in Lettonia, ma in cui quel paese “recita” la Russia in modo tanto persuasivo da restituirne insieme la vastità minacciosa e lo spopolamento di chi fugge o viene chiamato al fronte. Nove anni separano questo film da Loveless, e nessuno di essi è stato indifferente per l’autore di Leviathan (2014): una forma gravissima di Covid che lo ha tenuto in coma e a lungo immobilizzato, l’invasione dell’Ucraina nel 2022, infine l’esilio in Francia, scelto per non tornare in un paese impegnato in una guerra di cui si vergogna.
A prima vista, adattare La femme infidèle (1969) di Claude Chabrol, già rifatto da Adrian Lyne nel patinato L’amore infedele (2002), pare una scelta sorprendente per un ritorno tanto atteso. La sapida tragedia passionale di Chabrol è un congegno piccolo, contenuto, quasi astratto dal tempo e dal luogo, ed è proprio questa duttilità a renderla rilavorabile. Zvjagincev, che ha firmato la sceneggiatura con Simon Lyashenko per la prima volta, ne conserva con sorprendente fedeltà l’ossatura (il marito geloso, la moglie insoddisfatta, l’amante, il meticoloso e mortificante smaltimento di un cadavere) per reinventarne completamente il senso sociale e sistemico. Ne nasce insieme un thriller domestico costruito con perizia esemplare e un atto d’accusa allo “stato della nazione” putiniano: i principi di sopraffazione, intimidazione e negazione che governano un ufficio del sindaco o un centro di reclutamento, ma anche forme più sottili e codificate. Il dispotismo senza responsabilità, ci dice il film, comincia tra le pareti di casa.
Russia, autunno 2022. Gleb (Dmitrij Mazurov), amministratore delegato di un’azienda di trasporti, vive con la moglie Galina (Iris Lebedeva) e il figlio adolescente in una villa modernista di vetro e cemento ai margini boscosi di una città mai nominata. Galina ha una relazione con un giovane fotografo, Anton; Gleb intuisce, perché ha un suo passato di scappatelle, ma lascerebbe correre, se non fosse che il paese è appena entrato in guerra e il sindaco ubriacone impone agli imprenditori della zona di consegnare una quota dei propri dipendenti maschi alla leva. È in questo snodo, dove il privato si salda al pubblico, che il film trova la sua immagine più feroce, ed è qui che conviene prendere sul serio il titolo. Nel mito il Minotauro non vive da solo. C’è Minosse, il re che fa costruire il labirinto e pretende, a scadenza fissa, il suo tributo di giovani vite; c’è il dedalo che le inghiotte; e c’è la bestia che le divora. Il Minosse di Minotaur è quel Putin mai mostrato se non in una foto, che come un’icona campeggia nell’ufficio del sindaco: un potere che ordina il sacrificio senza sporcarsi le mani. Zvjagincev distribuisce questi ruoli con una precisione che è l’esatto contrario dell’allegoria scolastica, perché non li nomina mai. E il mostro non è solo Gleb. È collettivo: sono tutti quegli imprenditori che, per non finire essi stessi nel ventre della guerra, vi spingono i propri operai, compilando le liste di carne da mandare al fronte.
Nel suo ufficio trasparente, Gleb è uno di loro, al tempo stesso preda del labirinto e suo ingranaggio, e proprio questo lo rende insieme tragico e moralmente intollerabile. Non cerca redenzione, cerca dissolvenza: il suo omicidio privato si stempera nella mattanza autorizzata che lui stesso alimenta, un delitto che si ripulisce commissionandone altri. Dove lo Stato uccide all’ingrosso, un cadavere in più non pesa.
Rispetto al Leviathan veterotestamentario del 2014, potenza esterna e schiacciante, il mostro è qui qualcosa di più insidioso, perché non viene dall’alto ma si annida nella complicità di un’intera classe. E non c’è nessun Teseo: chi uccide non esce dal labirinto, l’omicidio non libera, intrappola di più.
Quel labirinto, del resto, non nasconde il mostro: lo espone. Gli uffici sono un dedalo di pareti trasparenti dove le stanze si chiudono ma niente è privato; la casa è priva di tende, e noi spiamo i coniugi mangiare in silenzio. È il vetro come labirinto rovesciato, dove si è sempre visti e mai liberi: la sorveglianza fatta architettura, similmente al mondo distopico narrativo di Evgenij Zamjatin nel romanzo Noi (1920). Una riflessione sullo spazio architettonico che ricorda l’EUR nell’Eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni.

Mikhail Krichman, alla fotografia di tutti i film del regista, lavora ancora sul widescreen con rigore millimetrico, ma rinuncia quasi del tutto alla bellezza: luci più dure del solito, paesaggi sublimi sostituiti da cemento grigio e da manifesti di reclutamento sorvegliati dai volti giganteschi e generici dei soldati. La Russia che amiamo immaginare paesaggistica e tarkovskijana si è ridotta a una periferia di affissioni militari.
Il protagonista Dmitrij Mazurov ha il volto perfetto dell’uomo qualunque dell’élite russa, rude eppure un po’ molle, bello eppure non del tutto, e ne fa un antieroe leggibile anche quando smette di risultare simpatico, capace di una inattesa comicità nera nei momenti di crisi. Per la prima ora resta un libro chiuso, un uomo dall’affettività spenta; e in un rovesciamento crudele è proprio l’omicidio a renderlo finalmente vivo, sudato, umano. Ma è la natura del suo desiderio a meritare attenzione. Gleb non sembra volere Galina: sembra volerla indietro. Riconquistare una donna verso cui non si scorge alcun calore, contro un rivale, in nome di un possesso più che di un sentimento, e dentro un matrimonio che (a giudicare dal letto freddo e dai silenzi) non è forse mai stato vivo. Qui affiora da lontano l’eco di Solaris: l’uomo che insegue non la persona ma il suo fantasma, la versione perduta e idealizzata che le fotografie di famiglia, divenute totem di una felicità che forse non c’è stata, gli rilanciano addosso. È amore come rimpianto, come feticcio. E qui Mazurov si muove come il Kelvin all’attore lituano Donatas Banionis di Solaris. Poiché l’amante è un fotografo e le immagini diventano insieme prova e reliquia, è difficile non pensare per un attimo a Blow-up, salvo che qui la fotografia non interroga lo statuto del reale, lo certifica e basta.
La moglie Iris Lebedeva, cui il film concede meno punti di vista rispetto alle versioni precedenti, è però la presenza più elettrica, capace di cambiare la temperatura di una scena con un solo sguardo. È lei a opporsi al sistema che la definisce soltanto in rapporto a un uomo, moglie, madre, amante. «E io dove sono?» chiede a Gleb, senza aspettarsi risposta. Zvjagincev lascia la domanda cadere nel vuoto.
Coerentemente con tutta la sua opera, il regista non scioglie nulla. Come in Leviathan, Minotaur resta ambiguo, non formula una tesi politica netta, racconta un delitto e questa volta assenza di castigo per chi se lo può permettere. Gleb in fondo è anche una specie Čičikov, che nelle Anime morte di Nikolaj Gogol’ gira la provincia russa comprando servi defunti ma ancora iscritti nei registri. Gleb, che converte i propri operai in nomi su una lista da spedire al fronte, ne è il discendente rovesciato: non commercia anime morte, ne fabbrica.
Torniamo allora a quelle nuvole, riprese dall’alto di un aereo, bianche e virate al bianco e nero come esplosioni. Le abbiamo già viste posarsi sul film come un rimando alla guerra; ma da lassù sono anche un’altra cosa. Gogol’ chiudeva il suo poema con la Rus’ (Russia) lanciata come una troika a tutta velocità nello spazio, senza che nessuno, né chi la guida né chi la guarda passare, sappia dire dove corra. Zvjagincev sostituisce alla troika un aereo e ai cavalli il rombo dei motori, ma la domanda è la stessa: dove sta andando, la Russia?
Minotaur (Минотавр) Regia: Andrej Zvjagincev; sceneggiatura: Andrej Zvjagincev, Simon Lyashenko, dal film La femme infidèle di Claude Chabrol; fotografia: Mikhail Krichman; montaggio: Andrej Zvjagincev; musica: Evgueni Galperine, Sacha Galperine; scenografia: Andrej Ponkratov, Masha Slavina; interpreti: Dmitrij Mazurov (Gleb), Iris Lebedeva (Galina), Boris Kudrin (Serëža), Yuriy Zavalnyouk (Anton), Varvara Shmykova, Juris Žagars, Artur Smolyaninov, Anatolij Belyj, Vladimir Friedman; produzione: MK Productions, CG Cinéma, Razor Film Produktion, Forma Pro Films, Arte France Cinéma, LEAF Entertainment; origine: Francia/ Lettonia/ Germania, 2026; durata: 142 minuti.
