Romería – Il mare dei ricordi. Voto ***(*) – Fin da subito si coglie la forte urgenza narrativa della regista catalana Carla Simón di raccontare per immagini il finire della sua infanzia. Con grande delicatezza si appresta quindi ad affrontare un non facile passato familiare.
La necessità di confrontarsi con gli scheletri nell’armadio di un passato familiare è la prima cosa che salta agli occhi guardando Romería, presentato l’anno scorso in Concorso al Festival di Cannes, ultimo lungometraggio di Carla Simón, vincitrice di un Orso d’Oro a Berlino per Alcarràs nel 2021. Il tema infatti è prettamente autobiografico. La regista catalana, proprio come la sua protagonista Marina, ha perso i genitori in giovane età, vittime dell’AIDS e Romería è quindi soprattutto un ‘opera molto personale, che delicatamente cerca di avvicinarci ad un doloroso segreto del suo passato familiare. Forse per questo motivo Simón abbandona lo sguardo curioso e giocoso dell’infanzia, del quale si era servita per raccontare gli eventi di Estate 1993 (2017) e Alcarràs, per donare alla cinepresa uno sguardo più adulto. Che, d’altra parte, lo stesso soggetto richiede: non è facile parlare della tossicodipendenza e della morte dei propri genitori.

Diciotto anni appena compiuti e un’estate, quella del 2004, davanti a sé, Marina (Llúcia Garcia), zaino in spalla e cinepresa in mano, è in viaggio sul traghetto che la porta a Vigo, il paese d’origine dei suoi genitori biologici, morti di AIDS quando lei era ancora bambina. Il motivo è pratico più che sentimentale: colmare una lacuna nel suo certificato di nascita che le serve per potersi iscrivere alla scuola di cinema. Inutile dire che mentre si risolve fin da subito l’aspetto burocratico, il viaggio prende via via la forma di un vero e proprio ‘pellegrinaggio’, a cui fa riferimento il titolo spagnolo, data la vicinanza della città portuale di Vigo alla famosa meta di pellegrinaggio che è Santiago di Compostela.
La giovane è accolta, in parte con calore, in parte con imbarazzo e distacco (in particolare è gelido l’incontro con la nonna) dai vari componenti della ricca famiglia del padre; trascorre lunghe giornate con i cugini sulla barca a vela, inizia una tenera amicizia con il cugino Nuno (Mitch Martín), e raccoglie ricordi e testimonianze di un passato a lei rimasto completamente estraneo e di difficile comprensione. I molteplici frammenti, come tasselli di un mosaico, dovrebbero andare a colmare le lacune lasciate dal diario della madre in suo possesso e che la ragazza legge durante il viaggio. Ma le versioni del passato di zii e parenti non sempre concordano fra loro, si scontrano con le annotazioni del diario materno. E ancora peggio, fra discorsi e frasi lasciate cadere si colgono ombre di attriti e di un rifiuto finale, ora diventato imbarazzante e scomodo da giustificare.

Ai filmati girati con la cinepresa a mano di Marina, che vediamo scorrere sul grande schermo, si alternano fino a prevalere, immagini di una realtà immaginaria, quasi sognata, ma vivida, che vede un parallelo fra la relazione di Marina con il cugino Nuno e la storia d’amore vissuta dai genitori. Il triste epilogo di quest’ultima, dovuto alla dipendenza da eroina, è raccontato in poetiche e sgranate sequenze, che riproducono il formato casalingo e amatoriale degli home movie. Riprese queste della sempre magnifica fotografia di Hélène Louvart (Disco Boy, La chimera, Rosebush Pruning).
Come dicevamo, le immagini del sogno di Marina, non hanno però nulla di onirico o fantastico, ma sono saldamente ancorate alla precisa descrizione delle pagine del diario da cui Marina in voice-off legge, finché queste scorrono. Carla Simón rimane fedele alla sua delicata narrazione, il dramma è contenuto e pacato, mai in eccesso.
Il dramma rimane lontano pur quando la macchina da presa osserva la tensione dei visi durante l’incontro della festa di famiglia, mentre il viso candido di Llúcia Garcia non fa una piega e sopporta con stoico eroismo l’ipocrisia di una famiglia che non si è cercata. La regista anzi ad un certo punto sembra preferire le corse giocose dei bambini che incuranti del nervosismo degli adulti continuano a divertirsi. Sequenza che mette in evidenza la distanza di Marina sia dalla spensieratezza dei piccoli che dalla doppiezza dei grandi e quindi l’ormai avvenuto passaggio della ragazza all’età adulta, che proprio perché vestita di rosso cattura subito la nostra attenzione.
Forse Romería non ha la coerenza dell’opera precedente, e si lascia andare nella conclusione al sogno e ad uno sbilanciamento in direzione dei ricordi. Scelta che ancora di più mette in evidenza la forte urgenza narrativa della regista e la sua poca distanza dal tema trattato. La sua visione di opera imperfetta, ma lirica e sentita, ci lascia con il gusto amaro di una perduta innocenza (dei genitori a causa della droga, di Marina che affoga in un mare di ricordi) accompagnato dal suono vibrante di una cinepresa a mano.
In sala dall’11 giugno 2026 e proiezioni speciali a questo indirizzo.
Romería – Il mare dei ricordi (Romería) – Regia e sceneggiatura: Carla Simón; fotografia: Hélène Louvart; montaggio: Sergio Jiménez, Ana Pfaff; musiche: Ernest Pipó; scenografia: Mónica Bernuy; interpreti: Llúcia Garcia, Mitch Martín, Tristán Ulloa, Celine Tyll, Miryam Gallego, Janet Novás, José Ángel Egido, Sara Casasnovas; produzione: Elastica Films, Ventall Cinema, Dos Soles Media, Romería Vigo AIE; origine: Spagna/Germania 2025; durata: 115 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.
