Un figlio di Mehdi Barsaou

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Estate 2011. Un ragazzino è seduto in braccio al padre al posto di guida: è Aziz, undicenne figlio di Fares e Mariem, due tunisini emigrati in Francia, ora in vacanza nel paese di origine. La strada è dissestata, curve, massi e buche sul selciato. Arrivano a una festa nel bosco, un picnic coi vecchi amici: ridere, allegria, bambini. Tutti prendono in giro Fares dicendo che ha disimparato l’arabo. Meriem riceve una chiamata dal lavoro, è la nuova direttrice regionale. Festeggiano la promozione con un weekend a Tatouine in un albergo di lusso con piscina. La mattina successiva sono di nuovo in viaggio in macchina dai pressi del confine libico verso nord. Dune e deserto. All’autoradio mettono a ripetizione per la quarta volta la stessa canzone di cui conoscono le parole: cantano, stonano, si divertono, complici madre e padre e figlio.

Vengono sorpassati da un Suv che, alla curva successiva, subisce un’imboscata terroristica. Gli spari colpiscono il ragazzino. Sangue e silenzio. E poi ospedale. La felicità di pochi istanti prima non è che un ricordo: addio idillio familiare, allegria e spensieratezza. In un istante cambia tutto, per sempre. Da qui in poi il crescendo di tensione è un apice che continua a spostare la lancetta sempre più verso il culmine massimo. Un colpo di scena dopo l’altro, l’unione matrimoniale diventa una gabbia, i segreti l’ordine del giorno, la pena condivisa un dramma: si snocciola la trama attraverso tasselli complessi in cui passa l’indagine psicologica (bellissimi entrambi i ritratti dei ruoli di padre e madre), una critica politica esplicita, la tragedia parossistica, il losco mondo del traffico di organi in un paese in guerriglia tra paesi confinanti (Tunisia e Libia).

È violenta la rivelazione per Fares, è violenta l’impossibilità della madre di prendere alcuna decisione poiché – su tutto – vale solo la tutela legale che ha l’uomo, non la donna; è violenta l’attesa impotente davanti alla lunga lista di attesa per il trapianto (“Aziz è il diciannovesimo” dice il dottore buono, dispiaciuto); violento il racconto di un paese pieno di contraddizioni, di compromessi, di illegalità.

Il film tunisino Un figlio, regia di Mehdi Barsaoui, passato nel 2019 alla 76 Mostra d’arte cinematografica di Venezia, ha innate – nella formula strutturale scelta –  caratteristiche che fanno entrare in sintonia chiunque, chi abbia figli, chi non ne abbia, chi è padre, chi è madre, chi è solo figlio: in qualunque figura ci si voglia identificare è possibile farlo perché la qualità della recitazione, della sceneggiatura, della realizzazione della trama sono impeccabili.

Siamo dalle parti del cinema iraniano di Asghar Farhadi, dei dilemmi morali, del dolore vissuto più internamente che espresso: come ci si può comportare quando la persona che si ha più cara al mondo è a rischio della vita? Cosa si è disposti a sacrificare come genitori? E se sopraggiungessero delle complicazioni? Se il bianco non fosse più bianco, la verità meno lampante, il coraggio e la lealtà difficili da scorgere? Fares, il padre, si trova davanti a un vicolo cieco, sembra che tutto ciò in cui ha creduto fino a quel momento non esista più: l’amato figlioletto undicenne Aziz (Youssef Khemiri), ha il fegato perforato, ha bisogno di un trapianto ma né lui né la madre sono compatibili: come può essere possibile? Non lo è, parla la biologia.

Confronto di culture: la francese, di adozione per i protagonisti, più aperta e tollerante, l’islamica – tunisina nello specifico – rigida e chiusa, in cui il trapianto di organi è legale solo tra congiunti, in cui il tradimento all’interno del vincolo matrimoniale è punito penalmente: conflitto lampante tra etica e religione. Fares fino a qualche giorno prima si è ritenuto un uomo realizzato e soddisfatto di sé: dal momento dell’imboscata niente gli apparirà più come prima: il suo matrimonio con Mariem (Najla Ben Abdhallah), il legame biologico con Aziz, che però non mina il profondo legame affettivo paterno, cresciuto in 11 anni di vita insieme, il senso del suo ruolo genitoriale, il suo razionalizzare l’intera vicenda per il bene del ragazzo. Fares è disposto a tutto e tutto tollera. Si mette in gioco, non rifugge il pericolo e le ostilità altrui. Ha coraggio, forza sovrumana contro l’ingiustizia, È un eroe in carne ossa che cerca a tutti costi di salvare la vita di suo figlio. A recuperare la purezza si penserà più avanti, se ce ne sarà bisogno, se ne varrà la pena. Sami Bouajilla ha vinto il premio come miglior interprete maschile nella sezione Orizzonti a Venezia 2019, ai César 2021 e ai Lumiere Awards 2021.

Mehdi Bersaoui, con un superbo esordio nel lungometraggio di finzione (il regista ha studiato al DAMS di Bologna), racconta in maniera dura e diretta le contraddizioni della Tunisia oggi, la difficoltà di mescolare una cultura patriarcale con la modernità, la possibilità di affidarsi a strutture governative – che comporta rischi e interrogativi – contrasta con il progredire di una violenta mercificazione umana dovuta alle circostanze e alla grande povertà (indimenticabile la scena paradossale in cui, nel mezzo del nulla desertico, un losco scagnozzo pronto a tutto, in cambio di denaro, lancia contro Fares un bambino abbandonato e alla domanda del protagonista “dov’è il fegato?” risponde con un “eccolo, fallo a pezzi”).

Film misurato, dotato di una visione estetica, sempre bilanciato in equilibrio su un filo delicatissimo, non scade mai nel compiacimento del dolore, nella volgarità dell’esposizione, mantiene dritta la barra di un viaggio negli inferi in cui precipitano, sempre più velocemente, i protagonisti.

Un finale statico e sospeso (che omaggia quello di Una separazione, Asghar Farhadi, 2011) evoca una speranza e un sorriso tra i coniugi e nello spettatore, desideroso di tornare – finalmente – a respirare.

In sala dal 21 aprile


Titolo: Un figlio; Regia e sceneggiatura: Mehdi Barsaoui; fotografia: Antoine Héberlé; montaggio: Camille Toubkis; musica: Amine Bouhafa; interpreti: Sami Bouajila, Najla Ben Abdallah, Youssef Khemiri, Noomene Hamda, Slah Msaddek, Med Ali Ben Jemaa; produzione: Cinetelefilms (Habib Attia), Dolce Vita Films (Marc Irmer), 13 Production (Chantal Fischer); origine: Tunisia, Francia, Libano, Qatar, 2019; durata: 96’; distribuzione: Valmyn e I Wonder.

 

 

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