È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

Quello della famiglia allargata e/o disfunzionale,  sembra essere, in varia maniera, un tema molto dominante di diversi film in questo momento in sala.  È una problematica declinata ovviamente in modo ogni volta diverso che accomuna la nuova, grandiosa opera di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio, per esempio ad altri film passati alla Mostra di Venezia come Madres paralelas di Pedro Almodóvar o The Power of the Dog di Jane Campion.

Ma andiamo per ordine. Su fondo nero la scritta “Ho fatto quello che ho potuto, ma penso di non essere andato così male” (Diego Armando Maradona).  Stacco. A seguire, sui titoli di testa che scorrono, un lungo, molto lungo piano-sequenza aereo che dall’alto e dal mare si avvicina al porto di Napoli a seguire una imponente Rolls Royce nera che corre su una strada litoranea – la sequenza ci ha richiamato alla memoria l’inizio di un altro film girato sempre a Napoli dieci anni fa,  Reality  di Matteo Garrone. Nuova sequenza. Questa volta siamo di notte, probabilmente un sogno: in Piazza San Carlo dalla stessa Rolls Royce appare un personaggio che si definisce San Gennaro e che abborda una bella ragazza – la zia (Luisa Ranieri) del protagonista diciassettenne Fabio Schisa (un Filippo Scotti molto convincente) –  a cui fa la grazia di poter avere un figlio che la ragazza fin qui non è riuscita ad avere.

Così tra miracoli religiosi e calcistici, un binomio che si ripeterà spesso nella nuova opera di Paolo Sorrentino, si da il la ad un grandioso racconto di formazione dagli ampi tratti autobiografici, anche se spesso trasfigurati e piegati dalle necessità della narrazione cinematografica e dell’ispirazione.

Siamo nella capitale partenopea alla metà degli anni Ottanta: Fabio, chiamato da tutti Fabietto, è nella classica età dove si prova timidamente a trovare un posto nel mondo, tra una famiglia allargata, divertente e avvolgente, quasi una sorta di utero materno, la scuola ovviamente, e l’oratorio dove si gioca a pallone. È un ragazzo timido che dovrà affrontare come, nella realtà della vita di Sorrentino, una serie di eventi che lo costringeranno a cambiare la propria esistenza in modo radicale. Il primo di essi è rappresentato dall’arrivo al Napoli di Diego Armando Maradona a galvanizzare la città e il nostro protagonista, in un modo da suscitarne una sorta di sacro, orgoglioso risveglio.

Dopo una ampia e divertente descrizione della vita familiare del clan Schisa, con un Padre (Toni Servillo) di rigida morale comunista ma con il vizietto di un’amante, una madre amabilmente chioccia (Teresa Saponangelo) e un variegato contorno di parenti, tutti interpretati in maniera sublime, segue un evento drammaticissimo, traumatico, che priverà il protagonista dei genitori – per altro tra i due fatti c’è un nesso di diretta continuità, dato che Fabio verrà salvato proprio dal Dio Maradona che doveva vedere in campo la domenica, invece di seguire i genitori nella loro casa di montagna a Roccaraso dove moriranno: “per colpa di una stufa. Avvelenati dal monossido di carbonio”. Da ciò anche il titolo per niente simbolico del film, appunto È stata la mano di Dio.

La tragedia porterà il ragazzo a prendere una decisione fondamentale per il proprio futuro, quella di intraprendere la strada del regista cinematografico, sulla spinta della conoscenza di un autore, grande e creativo ma troppo poco conosciuto, che è Antonio Capuano, insieme al quale Sorrentino ha scritto nel 1998 Polvere di Napoli. E dunque anche lui, a suo modo, fu un Dio.

Così commenta questo straordinario  Coming to age il suo autore: « La macchina da presa compie un passo indietro per far parlare la vita di quegli anni, come li ricordo io, come li ho vissuti, sentiti. In poche parole, questo è un film sulla sensibilità. E in bilico sopra ogni cosa, così vicino eppure così lontano, c’è Maradona, quell’idolo spettrale, alto un metro e sessantacinque, che sembrava sostenere la vita di tutti a Napoli, o almeno la mia».

Ma c’è anche un altro nume tutelare che non si è ancora ricordato e che aveva già a suo tempo influenzato in maniera profonda il nostro regista ne La grande bellezza  (2013) e cioè Federico Fellini. Oltre che in tanti bozzetti dei personaggi minori o in comparsate di figure di fraticelli, l’insegnamento del maestro riminese ritorna, infatti, con la sua voce inconfondibile in un sequenza in cui si ricostruiscono dei provini che avrebbe a fatto a Napoli negli anni Ottanta, forse Ginger e Fred (1986) che però è ambientato a Roma. Ma la citazione più esplicita dal maestro riminese è quella conclusiva: come Moraldo, nel celeberrimo finale dei Vitelloni (1953), anche Fabio parte per Roma, malgrado il suo maestro Antonio Capuano l’avesse invitato a restare nella sua città e raccontarla in immagini. Ciò che ha finito per fare adesso, e in modo eccellente, più di vent’anni dopo.

Si tratta in definitiva di un grande film corale, straordinariamente ben recitato, dove si fa difficoltà a identificare il migliore, e particolarmente apprezzabile anche perché depurato di molte scorie manieriste, di quel cosiddetto “sorrentinismo”, che aveva forse offuscato alcune sue opere precedenti.

È stata la mano di Dio è una opera limpida, a tratti divertente, più spesso drammatica che rispecchia e caratterizza la realtà della città di Napoli. Anche se l’autore ci ricorda sempre che “la realtà è opaca” a differenza del cinema. Invece il suo è un opale cristallino, straordinario che infatti ha vinto giustamente a Venezia 2021 il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria oltre al Premio Marcello Mastroianni (a Filippo Scotti, come migliore attore emergente). Ed è stato candidato, last but not least, opportunamente, anche per gli Oscar (https://close-up.info/sorrentino-ritenta-loscar-2021/)  e ad avere tre nomination agli European Film Awards. Sarà stata appunto la mano di Dio?

In sala dal 24 novembre e su Netflix dal 15 dicembre


È stata la mano di Dio – Regia e sceneggiatura:  Paolo Sorrentino ; fotografia: Daria D’Antonio; montaggio: Cristiano Travaglioli; scenografia:  Carmine Guarino; costumi: Mariano Tufano;  interpreti: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Enzo Decaro, Sofya Gershevich, Lino Musella;  produzione: The Apartment, Netflix; origineItalia 2021; durata: 130 minuti; distribuzione: Lucky Red e Netflix.

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