Babyteeth – Tutti i colori di Milla

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L’esordio su grande schermo della regista australiana Shannon Murphy avviene all’interno di architetture simili a quelle già utilizzate, in passato, da Sofia Coppola: i protagonisti si muovono in enormi e asettici labirinti che sembrano sospesi in un limbo fra il sogno e la veglia, il consueto grigiore della quotidianità umana si tinge di toni pastello e sprofonda in un silenzio assordante da cui solo la musica, di tanto in tanto, fa capolino. I tagli fra una scena e l’altra sono repentini, come se le carte dell’universo venissero rimescolate in continuazione da una mano invisibile e tremante, incapace, per giunta, di ricomporre il mazzo originario. Ogni gesto, ogni sguardo acquistano un’importanza enigmatica che non chiede d’essere compresa, ma mira piuttosto a lasciare lo spettatore interdetto. Seguendo le orme di una società piacevolmente e dolorosamente ritiratasi ai suoi margini, Murphy accarezza le vite dei suoi personaggi senza preoccuparsi di scandagliarne i misteri, limitandosi a sfiorarne le fragilità e restituendo ai dettagli il loro valore.

La pellicola, in questo caso, si chiama Babyteeth – Tutti i colori di Milla (in originale solo Babyteeth) e, come forse ci suggerisce il titolo, si muove con aggraziato torpore sulla superficie di un’infanzia fuori tempo massimo: al centro del palcoscenico, infatti, si erge la gioventù fin troppo matura e fin troppo emancipata di Milla (Eliza Scanlen), una ragazza di sedici anni a cui è stato diagnosticato un cancro. L’invisibile evidenza della malattia invade l’intero microcosmo cinematografico, insinuandosi nelle frustrazioni domestiche dei genitori, nelle lussuose ville della periferia semidisabitata, fra le corde del violino che la ragazza suona con una certa indocile svogliatezza. Ovunque si diffonde uno strano malessere e la routine giornaliera, con le sue strade assolate e i suoi giardini di plastica, si trasforma in un enorme corpo febbricitante, irrequieto, fuggevole, ribelle.

I primi cinque minuti bastano a suggellare le coordinate emotive su cui si muove l’opera: davanti ai binari del treno, Milla incontra Moses (Toby Wallace , “Premio Marcello Mastroianni” al Festival di Venezia del 2019 dove il film era stato presentato in anteprima, cfr. https://www.closeup-archivio.it/babyteeth), un ventenne senzatetto con problemi di tossicodipendenza. Eppure questo outsider dall’aspetto più che ordinario non sembra essere tanto diverso dalla nostra protagonista. Entrambi sono infatti reduci da un equilibrio familiare precario: lei deve arrabattarsi fra la dispotica insofferenza della madre pianista e la nevrotica freddezza del padre psichiatra, lui è appena stato cacciato di casa. Impossibile non udire, a questo punto, il classico campanello d’allarme che sempre accompagna pellicole di tal genere: il rischio di sfociare nel kitsch, nel melodramma di facile consumazione, nella patinata sofferenza che scandisce il ritmo fin troppo serrato di prodotti leziosi come il celebre Colpa delle stelle Josh Boone (2014) è sempre piuttosto alto. Ma la regista si libera presto dai pregiudizi che il botteghino ingiustamente attribuisce all’eterno binomio gioventù e malattia, ricontestualizzando la parabola di Milla nella prigionia rosata delle cinque vergini suicide con cui Sofia Coppola aveva già tracciato i contorni di una solitudine universale e indecifrabile.

Se ci ritroviamo a condividere le sorti della ragazza, ad accogliere nel nostro immaginario i sintomi della sua malattia, a ripercorrere le stazioni della sua tragedia, il merito va al linguaggio morbido e mai ridondante utilizzato dalla cinepresa: Murphy rende collettiva un’esperienza soggettiva, rimuovendo le etichette patologiche e abbozzando un quadro di genere più ampio di quanto non ci si aspetti alla prima occhiata. In Babyteeth non c’è traccia di retorica, il malessere di Milla non viene mai menzionato direttamente ma cresce sottocutaneo, così come sotterranea striscia la brama di normalità a cui tutti i personaggi aspirano ma a cui nessuno saprebbe dare un nome.

Ogni esperimento d’evasione si riduce, per l’appunto, ad un esperimento, ad un tentativo di fuga da una realtà effimera i cui confini appaiono troppo lontani e confusi per essere superati. Milla pare averlo compreso e, da brava seguace di Lux Lisbon, non si oppone affatto al proprio destino – ma nemmeno lo approva per partito preso. La sua uscita di scena assomiglia a quella di un attore che si è stancato di recitare la propria parte e s’appresta a nascondersi dietro le quinte, lasciando dietro di sé un enorme spazio vuoto: allo spettatore, infine, non rimane che l’inquietante e affascinante compito di riempire i puntini di sospensione.


Cast & Credits

Babyteeth – Tutti i colori di Milla –  Regia: Shannon Murphy; sceneggiatura: Rita Kalnejais; fotografia: Andrew Commis; montaggio: Steve Evans; interpreti: Eliza Scanlen (Milla), Michelle Lotters (Scarlett), Toby Wallace (Moses), Sora Wakaki (Maria), Renee Billing (Lisa), Zack Grech (Isaac), Georgina Symes (Polly), Essie Davis (Anna), Ben Mendelsohn (Henry), Emily Barclay (Toby), Eugene Gilfedder (Gidon), Edward Lau (Tin Wah), Charles Grounds (Dean), Jack Yabsley (Government Spokesperson), Andrea Demetriades (Jenny), Ashley Hanak (Fidanzata di Dean), Quentin Yung (Farmacista), Jaga Yap (Dom), Priscilla Doueihy (Kathy); produzione: Screen Australia, Create NSW, Spectrum Films, WeirAnderson.com, Jan Chapman Films e Whitefalk Films; origine: Australia 2019; durata: 120’; distribuzione: Movies Inspired.

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