Non cadrà più la neve di Małgorzata Szumowska e Michał Englert

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Chiudete gli occhi e contate fino a sei. Uno: voltatevi e riavvolgete il nastro delle vostre vite fino all’ormai storica Biennale di Venezia del 2020. Due: vi trovate al Lido dopo svariati mesi di oblio, l’idea di tornare al cinema risveglia nel vostro animo una strana e timorosa eccitazione. Tre: Sfogliate il programma e fate scorrere l’indice fino ai nomi di Małgorzata Szumowska e Michał Englert. Quattro: È un pomeriggio di fine estate, il sole percuote la laguna e la curiosa frase Non cadrà più la neve (in originale Šniegu już nigdy nie będzie) pare decisamente colpire nel segno, quasi si trattasse di un incantesimo ristoratore. Cinque: entrate in sala, salutate con un cenno quel buio avvolgente e in fondo così familiare, ignorate come di consueto il fastidiosissimo bengala emanato dallo smartphone del vicino. Sei. Possiamo iniziare.

Dopo Un’altra vita – Mug (2018) e The Other Lamb (2019), la già rodata coppia di registi e sceneggiatori polacchi ci trasporta in una Varsavia che di Varsavia non conserva più neanche il ricordo. Fra le strade desolate di un deserto abbandonato a sé stesso, s’aggira uno straniero chiamato Żenia (un massiccio Oleh Yutgof, qui stranamente a suo agio nel ruolo dell’illusionista). Di quest’uomo non si sa quasi nulla, se non il suo luogo natale: si tratta di Pripjat, città fantasma nei pressi di Cernobyl in Ucraina e sorta di antinferno terreno dai contorni paurosamente simili a quelli in cui la pellicola si dipana. Improvvisatosi massaggiatore a domicilio, il misterioso sconosciuto s’insinua nel ghetto dei ricchi, varcandone la soglia con cupo stupore e carezzandone gli inquilini non senza esibire una certa disperata tenerezza. Sembrerebbe una variante di Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini ma ne siamo ben lontani, purtroppo.

La distopia in cui i personaggi vengono (loro malgrado?) imprigionati possiede un che di fotorealistico: le casette sfilano davanti alla cinepresa, ognuna col suo bel giardino sul retro, il tetto fantasticamente pitturato di blu, le pareti candide e le finestre spente da dimora infestata. Ogni campanello ha il suo motivetto. Il cielo non sorride mai, ma s’offusca in una coltre bianca da cui tuttavia non scende neanche un fiocco di neve. Per entrare e uscire è necessario superare una sottospecie di casello autostradale. Il guardiano del quartiere è sempre ubriaco, così come lo sono i suoi abitanti – se soltanto ne fossero consapevoli. A questa inquietante umanità non manca nulla per essere infelice: c’è chi pungola il proprio matrimonio a forza di alcool e psicofarmaci, chi riempie la solitudine portando a spasso una truppa di cani bavosi, chi combatte la morte armandosi di cardamomo e sedute di meditazione.

Ma torniamo a Żenia, il forestiero, l’outsider, l’apolide per antonomasia, una nerboruta Mary Poppins giunta dall’Est per aiutare i suoi pupilli a ristabilire l’ordine nella loro entropia esistenziale. Egli parla una lingua che nessuno parla e che tutti conoscono. Non sappiamo stabilire con precisione il momento del suo arrivo, i clienti sembrano conoscerlo da anni e anni: fra questo bizzarro estraneo dall’espressione impenetrabile e le sue stanche prede s’instaura un indefinibile rapporto di confidenza. Questa spasmodica ricerca di intimità viene però regolarmente frustrata e finisce per arenarsi nel senso unico dell’eterno inappagamento: Żenia, infatti, non intende certo mettersi sullo stesso piano dei suoi assistiti, ma preferisce osservarli al di là della cortina di ferro. Dietro alle rassicuranti vesti di fisioterapista si nasconde l’ipnotizzatore, colui che è in grado di riconciliare individuo e memoria, di trasportare i personaggi nel bosco magico di un’infanzia storica irrimediabilmente perduta.

Il linguaggio cinematografico utilizzato da Szumowska ed Englert è volutamente criptico, le immagini si perdono in una costellazione sibillina a cui non sappiamo attribuire coordinate. I tempi si dilatano all’infinito, come se qualcuno si divertisse a deformare la superficie dei singoli fotogrammi e la percezione che noi abbiamo di essi. Quando ridiamo, non sappiamo perché lo facciamo, forse si tratta di una reazione nervosa al paesaggio fobico presentatoci sul grande schermo. Per seguire il percorso a ritroso del protagonista, occorre concentrarsi e rimanere immersi nella nostra piacevole (o sgradevole) rêverie. I registi mettono in scena un microcosmo conquistato e conquistabile, privo di radici come gli abetini finti che sorgono al margine dei vialetti.

L’Est europeo allestito dagli autori è un Est auto-ghettizzatosi nella tragica farsa di una vita all’occidentale in fondo mai esistita in nessun luogo geografico. I bambini dei ricchi non comunicano con il resto della famiglia, né si avvicinano ai loro simili, ma appaiono rinchiusi all’interno di un silenzio tanto oscuro quanto eloquente. Al contrario dei genitori, i ragazzini non stringono amicizia col nuovo venuto, né sembrano comprendere il suo idioma. Non che gli adulti siano in grado di esprimersi con grande chiarezza. Perfino la lingua è andata perduta, non si sa dove né quando di preciso: il vecchio abbiccì russo ha lasciato il posto alla scuola francese, sul cui carro vengono stipate le nuove generazioni. Żenia è diverso, lui viene da fuori, rimane ancorato alle proprie consapevolezze e vive come si viveva un tempo, restituendo alla quotidianità il suo volto precedente e rifiutando di mercificarsi fino in fondo. Ma la sua permanenza nel nostro incerto presente non sarà che una breve avventura: al termine del sogno, l’uomo sparirà dalla circolazione, lasciando dietro di sé (guarda caso!) due guardie in giacca e cravatta e quella che forse sarà l’ultima vera nevicata del mondo.

In sala dal 11 novembre


Cast & Credits

Non cadrà più la neve  –  Regia: Małgorzata Szumowska, Michał Englert; sceneggiatura: Michał Englert, Małgorzata Szumowska; fotografia: Michał Englert; montaggio: Jaroslaw Kaminski, Agata Cierniak; interpreti: Oleh Yutgof (Żenia), Maja Ostaszewska (Maria), Agata Kulesza (Ewa), Weronika Rosati (Wika / madre di Żenia), Katarzyna Figura (Gucci), Łukasz Simlat (marito di Wika), Andrzej Chyra (capitano), Krzysztof Czeczot (marito di Maria); produzione: Lava Films (Agnieszka Wasiak, Mariusz Włodarski, Małgorzata Szumowska, Michał Englert), Match Factory Productions (Viola Fügen, Michael Weber), Kino Świat, Mazowia Warsaw Film Fund, Di Factory, Bayerischer Rundfunk; origine: Polonia, Germania 2020; durata: 115’; distribuzione: I Wonder Pictures.

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