Anhell69 di Theo Montoya

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Medellín, Colombia: una città che sconta le sorti di una nazione in guerra che, tra mille stenti, cerca, spesso invano, le strade di una pacificazione generale.
Una città popolata principalmente dai fantasmi e dalle ombre di chi c’era e ora non c’è più, ma ha lasciato un vuoto che è più duro e freddo della pietra.

Medellín: un non luogo circondato di picchi che rendono impossibile ogni visione d’orizzonte.
Città senza passato e, per questo, condannata all’assenza di un futuro.
Città di madri, dal momento che i padri sono tutti andati via.
E di figli che scontano sulla pelle la condanna di una condizione non voluta.
Città in cui i giovani muoiono spesso troppo presto.
Chi per overdose, quando la fuga nei paradisi artificiali, come il volo d’Icaro, s’è tramutata in precipizio.
Chi per suicidio, dal momento che non c’è strada ad altre possibilità diverse dal semplice sopravvivere.
Chi per le conseguenze dell’HIV che qui oggi sembra il male di un secolo passato e lì, invece, batte ancora le strade con sinistri colpi d’ala.
In questa città d’incubo è ambientato Anhell69 di Theo Montoya, presentato oggi nella vetrina della Settimana Internazionale della Critica di questa edizione del Festival di Venezia. E proprio perché al centro ci sono queste strade e queste case, proprio perché la pellicola vuole caricarsi del peso di questo inferno inquieto, scandito da gironi e popolato da anime dannate, diventa da subito evidente che non bastano i confini di un genere qualsiasi a rendere giustizia all’ingiustizia.

Anhell69, per questo, abbandona presto ogni forma di grammatica precostituita, per cercare dentro sé le ragioni del suo linguaggio.
Comincia come un horror generazionale, eleggendo a protagonista la comunità queer di Medellín per impaginare un racconto di spettrofilia (l’attrazione sessuale per i fantasmi è metafora sia di un rapporto politico con la storia nazionale, sia dell’ansia di una generazione intera che non riesce a fare i conti con l’eredità dei padri), ma si perde per strada anche perché man mano muoiono gli stessi ragazzi che erano stati scelti nel casting.
Prosegue con l’idea di un cinema di guerriglia, con la macchina da presa imbracciata come un fucile al servizio dei proclami e della documentazione in diretta degli scempi di un governo che non sa come gestire le cose, ma poi si lascia ammaliare dalle immagini simboliche dei cimiteri e dei fantasmi, o dalla lunga citazione dal Dreyer di Vampyr, con tanto di bara aperta da cui una salma ci guarda anche se la sua soggettiva, in fondo, è proprio tutto il film.

Fedele alla visione del mondo e della città che ne hanno i personaggi, Theo Montoya capisce in corso d’opera che una narrazione, per quanto simbolica e sfuggente, non potrà mai restituire il senso dolente del lento morire di una generazione che si è lasciata alle spalle la guerra, insieme ai fiori sulle tombe dei padri. Di più: eleggendo a protagonista assoluta la comunità gay, queer e transgender che proprio per la sua mancata adesione a modelli sociali arcaici vede con più dolore le contraddizioni di una società che ha perso ogni bussola, il regista si trova a dover fondare una grammatica e un linguaggio che siano essi stessi transgender, che travalichino i limiti di un discorso codificato per affondare lo sguardo su una realtà che ha perso ogni possibilità di definizione.

Film altamente politico, Anhell69 trova i suoi momenti di maggior grazia quando indugia (politicamente, poeticamente) sui suoi giovani protagonisti, quando ne sonda le implicite fragilità, quando entra, a volte in punta di piedi, a volte con rabbia, altre con nostalgia, nelle pieghe più intime del loro sentire. E diventa intenso in quei momenti in cui i toni apocalittici del Dies Irae, di questa Missa Pro Defunctis, cedono il passo ai timbri sonatistici del compianto e del ricordo.


Anhell69; Regia: Theo Montoya; sceneggiatura: Theo Montoya; fotografia: Theo Montoya; montaggio: Matthieu Taponier, Delia Oniga, Theo Montoya; musica: Vlad Feneșan, Marius Leftărache; interpreti: Camilo Najar, Sergio Pérez, Juan Pérez, Alejandro Hincapié, Julián David Moncada, Camilo Machado, Víctor Gaviria, Alejandro Mendigaña; produzione: Theo Montoya, Juan Pablo Castrillon (Desvío Visual), Bianca Oana (Monogram Film), David Hurst (Dublin Films); origine: Colombia, 2022; durata: 74′

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