Dogborn di Isabella Carbonell

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La notte svedese è elettrica. E si porta dentro tutti i colori più contrastanti: dal blu freddo dei lampeggianti delle forze dell’ordine, al viola acceso delle insegne neon; dal rosso cupo che sfonda quello stesso buio da cui in fondo proviene, al verde instabile dei semafori che lampeggiano sulla fretta dei passanti alle ore più tarde. La mancanza del sole e di ogni fonte di luce naturale rende acido tutto ciò che riusciamo a cogliere negli scorci d’asfalto, tra gli alti palazzi di chi una casa ce l’ha. Chi non ce l’ha e per questo vive nel transitorio, tra coperte arrangiate e giacigli ricavati nei cantieri in cui è ventura aver trovato almeno un lavoro mal pagato, quelle luci le conosce bene e sa che non bastano a far caldo nei rigori dell’inverno.
Sono queste luci, le prime protagoniste di Dogborn, opera di Isabella Carbonell presentata in concorso alla Settimana Internazionale della Critica di questa edizione del Festival del Cinema di Venezia. Luci che bagnano ambienti ed emozioni di un ordinato squallore quotidiano, in un film in cui la composizione dell’inquadratura spesso gioca a frantumare il reale, creando fratture tra gli esterni gelidi delle strade e gli interni falsamente gialli, nel loro mimare un calore di casa in cui però le lucine delle decorazioni natalizie illuminano le peggiori nefandezze. Una frantumazione spesso esasperata dalla presenza di vetri spessi, che a volte separano, altre nascondono allo spettatore porzioni di racconto.

Se la città è il non luogo della rappresentazione, il centro del discorso del lavoro di Isabella Carbonell sembra essere la cattiva abitudine all’indifferenza. La regista sembra, da questo punto di vista, essere perfettamente consapevole del fatto che il miglior modo per accorgersi del vuoto in cui affondano le nostre esistenze è quello di guardarlo dai margini. Per questo, protagonisti del film sono due gemelli, senzatetto e apparentemente senza storia (se non quella mitica che la sorella racconta al fratello quasi fosse una favola della buona notte). Lei è volitiva, pronta anche al lavoro duro, pur di sopravvivere. Lui, più piccolo di appena tre secondi, appare più dimesso e fragile. Lei è un fiume in piena di parole, consapevole che, senza neanche una casa cui tornare a sera, deve in qualche modo vendere la sola merce che ha: la disperazione. Lui pare avere una qualche forma di autismo nel suo rifiuto a parlare, se non attraverso gli sguardi e le espressioni fanciullesche del suo viso. Riflesso speculare l’uno dell’altra, i due personaggi sono legati da un profondo bisogno reciproco. Lui, proprio perché senza parola, è il grillo parlante della coscienza di lei. Per converso, lei, proprio perché spinta dalla necessità ad agire, rappresenta per lui uno sprone a guardare quel mondo da cui altrimenti saprebbe solo fuggire.

Nella loro disperata ricerca di un modo di portare avanti alla giornata, i due ricevono un’offerta di lavoro inaspettata: quella di corriere per strane spedizioni notturne che partono da un magazzino anonimo di periferia, per raggiungere gli interni di appartamenti della società bene svedese. Le merci si rivelano, però, essere ragazze, costrette alla prostituzione che vanno consegnate come i pacchi, un tot al chilo, con pagamento alla consegna. E allora scattano, come tagliole, una dopo l’altra, le domande più scomode: possono gli ultimi, i disperati, i senza tetto sopravvivere solo sulle spalle di altri più ultimi di loro? Fino a che punto ci si può abbruttire pur di avere un tetto sulla testa? Dov’è la giustizia, se in questo modo di luci acide, le uniche che non vediamo mai sono proprio quelle delle forze dell’ordine? E il mondo sedicente sano, di chi un lavoro ce l’ha e confessa, quasi fosse una scusante, che era la prima volta che ricorreva a questo “servizio” (salvo poi esclamare “ma non sa chi sono io?” quando gli si chiede conto del suo agire), come riesce a guardarsi allo specchio la mattina, quando finalmente sorge il sole?

Il fatto è che a lei, che il titolo di ultima lo può gridare al mondo come un suo diritto, un lavoro del genere starebbe pure bene, se le ragazze che deve scortare accettassero il loro destino con la testa bassa dell’agnello che va al macello. Ma poi c’è chi scappa. O c’è chi non scappa solo perché ha gambe troppo corte, come la bambina cinese costretta, con la sorella più grande, ad indossare le divise scolastiche di qualche manga un po’ più osè. Ed è lì che le parole non dette dal fratello diventano assordanti come un giudizio d’alta corte.

Ma è possibile una fuga da questo mondo di ricatti? Ci si può davvero ribellare ad un sistema che, in fondo, è la radice deforme e notturna del nostro mondo di veglia?

Isabella Carbonell costruisce un film col piglio deciso di un abilissimo dramma psicologico, in cui la sapienza della fotografia metropolitana memore del noir americano si sposa con la forza espressiva di un uso del suono teso a restituire le soggettive interiori di anime lacerate nel dilemma.
Dogborn è tutto qui.
In questa costruzione di suspence esistenziale in cui ogni movimento di macchina è lì per amplificare un senso di ineluttabilità che affanna lo sguardo. In questo racconto che sembra rincorrere il ricordo di un Loach salvo poi ritrovare i toni kammerspiel del miglior cinema svedese. In questo sapersi affidare a un magnifico ensemble di attori sempre credibili. Insomma, Dogborn è davvero uno splendido film.


Dogborn – Regia: Isabella Carbonell; sceneggiatura: Isabella Carbonell; fotografia: Maja Dennhag; montaggio: Linda Jildmalm; musica: Nisj; interpreti: Silvana Imam, Philip Oros, Mia Liu, Emma Lu; produzione: Farima Karimi, Erik Andersson, David Herdies (Momento Film); co-produzione: Jakob Abrahamsson (NonStop Entertainment); vendite internazionali TrustNordisk; origine: Svezia, 2022; durata: 84′

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