Life is (not) a Game di Antonio Valerio Spera (Freestyle)

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Il regista Antonio V. Spera

Non è un biopic, Life is (not) a game, anche se di Laika, la street artist romana dal volto coperto con una maschera bianca e una parrucca rosso fluo sotto al cappuccio, ci dice tanto: pensiero, poetica, modalità d’azione, personalità. Non è un biopic perché il rapporto della protagonista col contesto intorno, col disastrato mondo fuori, è talmente forte e continuo che il secondo, potente com’è stato negli ultimi due anni, diventa esso stesso tema del documentario: migranti, pandemia, guerra in Ucraina, Egitto, Cina, Bosnia, Europa, e prima ancora, e dopo ancora, sempre il mondo, senza alcun confine, osservato ed affrontato con cervello e cuore da questa giovane piena di talento.

Laika per questo, come la cagnolina minuta e dolce spedita sullo spazio dai russi quasi settant’anni fa: Laika per guardare meglio l’essere umano, per avvalersi del dono della giusta distanza, della chiarezza che offre, anche se – lo dice nel lei stessa nel documentario – c’è bisogno, a volte, di «stare dentro le cose, di guardarle dritte in faccia», per sentire cosa fanno addosso, il sentimento profondo che provocano. Non è un biopic, quello dell’esordiente Antonio Valerio Spera, perché il suo dinamico pedinamento di Laika, trasportato, travolto e modellato dalla Storia, è anche ricognizione sul concetto di Street art e sulla comunicazione e l’arte del presente: la strada e il social network, un muro (che non vale un altro muro) e instagram, il reale e il digitale. Ed è, inevitabilmente, in modo non così banale, rielaborazione dell’eterna riflessione sulla forza e sul potere di un’immagine.

Il regista corre dietro all’artista esplosiva con dentro la valigia il cinema che ama, e lo adopera per rendere il racconto ricco, affine al personaggio e coinvolgente. Da Kubrick a Moretti: estremi contenenti molto altro, quando serve, quando c’è da accelerare o da scaldare, da respirare o da fermarsi ad ascoltare, perché il genio artistico di Laika sa fare un passo indietro e anche silenzio per un po’, di fronte alle parole lancinanti dei profughi costretti alla continua sofferenza, come Sisifo obbligati a una fatica senza premio, respinti e percossi nel tentativo di passare dalla Bosnia alla Croazia. Lo chiamano “game” nell’accezione macabra della serie coreana di cui tanto si è scritto e detto un anno fa. Qui però di finzione non c’è nulla, e dall’immersione nella realtà, ancora una volta dal contatto ravvicinato con la Storia e con il mondo, Laika costruisce la sua arte semplice e immediata.

Da quel viaggio in Bosnia (al campo profughi di Lipa) nasce l’opera Life is not a game, chiara e penetrante come le altre sue, come le altre sue letteralmente, fisicamente legata, connessa, a contatto col luogo in cui è affissa, posta, portata. E’ l’opera che dà il titolo al bel documentario presentato alla Festa del cinema di Roma nella sezione Freestyle, però con due parentesi intorno alla parola Not: per sottolineare la passione ludica, l’entusiasmo avventuroso, il trasporto quasi fanciullesco di Laika nel suo lavoro, fatto di blitz notturni e srotolate, di adrenaliniche azioni espositive che sono parte integrante del suo atto creativo.

Non è un biopic, il documentario caldo e popolare di Antonio Valerio Spera, incline alla contaminazione come la tecnica di Laika stessa, perché di lei  non viene svelato il volto e non scopriamo tutto, anche se ne assaporiamo l’anima attraverso i gesti e le parole. Non è un biopic, questo lavoro capace di unire leggerezza e intensità (al pari delle opere di questa “poster attacchina”  (come si definisce Laika stessa) anche se al centro di un’ideale foto di gruppo, tra i temi e i personaggi principali di questo interessante e a tratti davvero toccante viaggio, c’è lei, Laika stessa, col suo sarcasmo e la sua energia, a tenerli per mano tutti, saldamente.

 


Life is (not) a game – Regia: Antonio Valerio Spera; Sceneggiatura: Daniela Ceselli, Antonio Valerio Spera; Montaggio: Matteo Serman; Fotografia: Vincenzo Farenza; Musiche: Lorenzo Tomio; interpreti: Laika (se stessa); produzione: Alessandro Greco, Pablo De La Chicca, Morel film, Salon Insieme films; Origine: Italia/Spagna; durata: 83‘.

 

 

 

 

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