L’uomo che vendette la sua pelle

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Presentato e premiato a Venezia nella sezione “Orizzonti Cinema” dell’anno scorso e candidato all’Oscar 2021, finalmente esce anche nelle sale italiane L’uomo che vendette la sua pelle, l’originale mélo, opera della quarantaquattrenne regista tunisina Kaouther Ben Hania, con all’attivo quattro corti, tre documentari e un unico film di fiction, intitolato La belle et la meute, titolo italiano La bella e le bestie, anche se in Italia il film non è mai arrivato.

Questa opera seconda risulta fin dall’inizio assai ben girata con un interessantissimo uso del chiaroscuro, del fuoco, talora addirittura del trompe l’oeil , e trae spunto da un caso realmente accaduto, ossia quello del cittadino svizzero Tim Steiner, che nel 2006 accettò di farsi tatuare dal celebre artista belga Wim Delvoye, di farsi esporre in giro per il mondo, di riscuotere una percentuale sui proventi e, infine, anche di farsi acquistare da un collezionista-mecenate, l’opera non a caso si chiama Tim. Questa vicenda tutta europea si trasforma nel film di Bem Hania e in una storia che pur mantenendo l’impianto marcatamente mefistofelico (è lo stesso artista a chiamarla così), si colora di un’importante valenza interetnica e di clash di civiltà, oltre – come già si diceva – a trasformarsi in una vicenda melodrammatica.

Siamo in Siria nel 2011 (in realtà il film è girato nella natia Tunisia) e l’amore fra Sam e Adel viene (una fattispecie che non vediamo certo per la prima volta) “disturbato” dal fatto che da un lato Sam deve fuggire dalla Siria perché altrimenti rischia la galera e, dall’altro, Adel non può sottrarsi per le solite mille ragioni che sappiamo alle profferte di un diplomatico siriano di stanza a Bruxelles che poi la sposa.

Disposto a tutto pur di andarla a riprendere, in esilio temporaneo a Beirut, Sam accetta la proposta dell’artista Jeffrey Godefroi e della sua insinuante agente Soraya, interpretata da una rivedibile Monica Bellucci, di trasformarsi in opera d’arte-manifesto politico, facendosi tatuare sulla schiena proprio quel visto per entrare nei confini di Schengen che sarà in mezzo ad altri benefits, la prima posta in contraccambio, giungendo dunque a sua volta nella capitale belga e diventando in perfetto stile body art un oggetto da esposizione – per chi non sapesse cos’è la body art, pensiamo a Marina Abramovic.

Non stiamo a raccontare gli sviluppi anche divertenti e grotteschi che una sceneggiatura fresca e originale presenta, fatto sta che il film funziona bene, non solo nel trattare senza retorica un problema gigantesco ma anche nel fare una – d’accordo, abbastanza facile – satira nei confronti del mondo dell’arte, delle star, nonché una critica al traffico di esseri umani e di corpi, del tutto privo di etica, cui un’arte siffatta è capace di dar vita, un ambito tematico che nei momenti migliori ci ha ricordato quel capolavoro del genere che è The Square. Forse la parte finale è un po’ troppo sdolcinata ma a un film così ben realizzato lo perdoniamo. Fatte salve le riserve su Monica Bellucci in stile Crudelia, gli attori sono mediamente piuttosto bravi e quindi ci sembra un’opera decisamente riuscita.

In sala dal 7 ottobre

The Man Who Sold His Skin – Regia: Kaouther Ben Hania; sceneggiatura: Kaouther Ben Hania; fotografia: Christopher Aoun; montaggio: Marie-Hélène Dozo; interpreti: Yahya Mahaini (Sam Ali), Dea Liane (Abeer), Koen De Bouw (Jeffrey Godefroi ), Monica Bellucci (Soraya); produzione: Cinétéléfilms, Tanit Films, Twenty Twenty Vision, Kwassa Films, Laika Film & Television, Metafora Media Production, Sunnyland Film, Film i Väst VOO , BeTV, Istiqlal Films origine: Tunisia, Francia, Svezia, Germania, Belgio 2020; durata: 104’; distribuzione: Wanted Cinema.

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