Mothering Sunday

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Un melodramma con tutti i crismi nascosto nella apparente esposizione lucida e patinata, una scelta stilistica di grandissima cura dei dettagli scenografici, dei costumi, del trucco, delle acconciature. Mothering Sunday   si svolge in Inghilterra e si muove temporalmente tra il 1924, gli anni Quaranta e la contemporaneità: la protagonista Jane Fairchild (interpretata dalla australiana Odessa Young) è una cameriera presso la famiglia Niven, composta solo da moglie e marito (Olivia Colman e Colin Firth) che si capirà in un secondo momento, sono stati privati dei figli, vittime della atroce prima guerra mondiale.

La forma registica è minuziosamente sofisticata, con inquadrature strette di dettagli corporei – labbra, pelle diafana, mani – a sottolineare una punteggiatura sostanzialmente radicata nel dramma senza esserlo in maniera esplicita visivamente: un crescendo di attesa porta il film in direzione della tragedia massima, funzionale e cruciale al procedere dei piani temporali.

La protagonista assoluta è Jane, nel 1924 giovane bella fanciulla in crinoline, dai capelli rossi lunghi fino al sedere, che viene ripresa ostentatamente nuda nella lunga scena centrale del film in attesa dell’amante – una sorta di sprezzo del lusso che avrà come contraltare il disastroso incidente di macchina che comporterà il decesso del bel Paul (Josh O’Connor, famoso per il pubblico televisivo come il giovane Charles, principe del Regno Unito in The crown), unico superstite, in quanto minorenne, di una famiglia ricca e nobile composta da genitori e tre figli maschi.

Paul ha da anni una relazione sessuale con la domestica intelligente e di bella presenza dei Niven, amica da generazioni con la sua, gli Harrington. Colìn Firth, invecchiato, per la parte ma anche nella realtà, in maniera rigorosa e piacente, marito paziente di Olivia Colman (la regina di The crown, premio Emmy 2021 per la serie e premio Oscar come miglior attrice protagonista per La favorita nel 2019), madre che piange da anni e per sempre i due figli perduti, senza dare l’affetto sufficiente al giovane figlio rimasto, Paul, che si presta a un matrimonio compensatorio della perdita del promesso sposo in guerra con Emma, sua pari grado.

Bello il doppio registro, creato da montaggio alternato, della ragazza sola nella perlustrazione adamitica della grandiosa villa di campagna mentre durante un picnic chic le famiglie aspettano, invano, Paul, il promesso sposo attuale, solitamente sempre in ritardo, partito dalla medesima villa è mai arrivato. La scena più bella quando la signora Niven dice a Jane che sta aiutando a svestirsi, lacrimando, riferendosi al suo essere orfana: “Tu sei stata privata di tutto dalla nascita. Non hai niente da perdere o da guadagnare. Sei fortunata. È una benedizione”.

In una sorta di cameo, o poco più, Glenda Jackson è la ragazza da anziana, seduta alla scrivania, ancora alla ricerca delle parole per descrivere le tre cose che l’hanno portata a cominciare a scrivere. Ricorda un po’, volutamente, Doris Lessing. Tratto da un testo di Graham Swift.

Involucro prezioso, all’interno meno perle di quel che si poteva sperare di trovare: esempio tipico in cui l’eccesso di forma straripa a dispetto di una trama più modesta, non urgente e necessaria rispetto alla storia, un surplus.

Ps.: Il Mothering day non è il giorno della festa della mamma, bensì il giorno di permesso che i datori di lavoro, all’epoca, davano alla servitù per recarsi a visitare le loro madri.


Mothering Sunday  –  Regia: Eva Husson;  sceneggiatura: Alice Birch; fotografia: Jamie Ramsay; montaggio: Emile Orsini; musica: Morgan Kibby; interpreti: Odessa Young, Josh O’Connor, Colin Firth, Olivia Colman, Sope Dìrísù, Glenda Jackson; produzione: Numbers 9 Films, Film4 Productions, Ingenious Media, British Film Institut  {origine: Regno Unito, 2021; durata: 110’.

 

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