One Second

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Intransigente, duro, senza speranza come sempre, il regista cinese Zhang Yimou, dai lontani tempi di Lanterne rosse (1991, Leone d’argento come migliore regia, candidato agli Oscar), Sorgo rosso (1987) e La strada verso casa (Orso d’argento a Berlino 2000) continua a contestare il sistema dittatoriale cinese. Sorta di remake sui generis di Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988, premio Oscar come miglior film in lingua straniera), qui in versione asiatica, One Second è reduce da una complicata storia distributiva: ostacolato dalla censura, ritirato prima dalla Berlinale e poi dal Golden Rooster, ha aperto il Festival di San Sebastian e adesso, in attesa di essere distribuito nel nostro paese, passa alla Festa del Cinema di Roma.

Ambientato durante la Rivoluzione Culturale, tutto ruota attorno a un rullo di pellicola non di un film bensì di un cinegiornale di propaganda governativa che viene inseguito da Zhang Jiusheng, detenuto fuggito da un campo di lavoro forzato, un uomo disperato e sporco che ha camminato nel deserto per un lungo tempo. In questo stesso deserto l’uomo ha incontrato una sorta di barbone giovane, Liu Guinü (che si scoprirà essere una ragazza), che col coltello lo ha minacciato e gli ha rubato la pizza di pellicola.

Inquadrature a perdita d’occhio di dune di deserto col vento che le scompagina e tutto si muove e tutto non ha più la forma che aveva un minuto prima. In questa ambientazione surreale, lunare, ai margini di una realtà tangibile, si muovono come fantasmi i due protagonisti del film.

Interessante come si compone il rapporto tra i personaggi: lei ragazzina orfana con a carico un piccolo fratello e dunque bisognosa di un padre, lui fuggito di prigione dove è finito per una rissa, che desidera più di ogni altra cosa rivedere sua figlia che gli hanno scritto in una lettera compare per qualche momento, giusto un secondo (ecco il titolo), sul cinegiornale numero 22 che verrà proiettato in un villaggio della seconda unità da Fan, detto Mr.Film, il migliore proiezionista in circolazione. Ognuno dei due rappresenta per l’altro ciò che non ha, ma in versione sdrucita, lurida, ridotta dagli eventi della vita a osare il tutto per tutto. Il loro rapporto – che inizia con una lotta, continua con equivoci inseguimenti liti e vicinanza – regala momenti di immedesimazione e commozione nello spettatore.

Molto evidente la dichiarazione d’amore nei confronti del cinema da parte di un regista che il cinema lo ha fatto con tutti i crismi: partendo da storie piccole con protagonisti molto umili in lotta per qualcosa per loro fondamentale che non avevano ma che poteva solo essere una cosa minuscola come una giacca per riscaldarsi, fino a film di produzione hollywoodiana con budget inauditi e pieni di effetti speciali che raccontano le arti marziali ed esplorano il concetto dell’eroe in termini visivi come fosse una danza, con una leggerezza orientale nell’uso della violenza e nel concetto ineluttabile della morte, con un senso di relatività oggettiva dovuta al totale schiavismo in cui la dittatura versa i protagonisti, non più padroni delle loro azioni, se fuori dai tracciati dettati dalle autorità.

Bellissime le scene nella sala cinematografica, organizzata in un grande capannone attrezzato alla meno peggio, non canonico, quando si cerca di recuperare un rullo di pellicola sporca e Mr.Film recluta normali abitanti del villaggio (potenziali e desiderosi spettatori) a lavare con cura e delicatezza, ad asciugare con dei ventagli metri e metri di cellulosa che non deve graffiarsi, non deve rovinarsi per poi far godere a tutti lo spettacolo. Ovviamente il film che vedranno ha una trama propagandistica che a noi appare ai limiti del ridicolo ma ogni villico lo guarda con occhi spalancati, meraviglia nella bocca e nella testa, perché funziona appunto come indottrinamento mascherato da intrattenimento.

E poi il  poetico finale sospeso, due anni dopo, con i due, Zhang Jiusheng e Liu Guinü, ben ripuliti, nella sabbia che si alza dalle colline desertiche sopra un fotogramma disperso e le loro vite attaccate a un granello impossibile da preservare dalla furia accecante del vento.

 

 

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