Rotterdam Film Festival: Achrome di Maria Ignatenko (Concorso)

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La regista russa Maria Ignatenko per la sua opera seconda ha scelto di affrontare l’evento che ha segnato il Ventesimo secolo e la storia dell’umanità a seguire, il totalitarismo nazista e lo sterminio pianificato degli ebrei. Un film complesso perché da sempre, cioè da quando si fece piena luce su quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, la relazione tra la Shoah e la sua rappresentazione (soprattutto quella cinematografica) è stata oggetto di discussione, di dibattiti accesi tra chi sosteneva che quelle vicende fossero per loro natura non soggette ad alcuna forma di messa in scena e di spettacolarizzazione e chi, in nome della testimonianza e della memoria, auspicava la moltiplicazione delle narrazioni.

Achrome, questo il titolo del film della Ignatenko in concorso a Rotterdam, si addentra nella grande storia per vie periferiche, lasciando sullo sfondo gli orrori dei campi di concentramento, la terrificante dis-umanizzazione messa in atto dai carnefici e tragicamente subita dalle vittime, per portare in primo piano un piccolo villaggio delle repubbliche baltiche (la regista si è ispirata ai testi della scrittrice lituana Rūta Vanagaitė) nel quale il mondo sembra oramai un paesaggio lunare con i pochi sopravvissuti, prossimi anche loro alla fine, che si aggirano senza meta in una fitta nebbia esistenziale. Tutti i protagonisti sembrano condannati alla dannazione. Quel che rimane incerto è se questa dannazione sia già arrivata o debba ancora manifestarsi pienamente.

L’espediente narrativo è dato da uno sparuto gruppo di uomini che, dopo l’occupazione nazista, si arruola nella Wehrmacht. Un contingente senza una missione autentica, in grado solo di commettere continue violenze sulle donne e sui più deboli, probabilmente senza esserne più consapevole. Tra questi soldati, la videocamera indugia su Maris. Un personaggio senza identità, tra il folle, l’ingenuo e il colpevole. Nonostante sia a portata del nostro sguardo di spettatori, la figura spaesata di quest’uomo resta enigmatica. Il suo punto di vista potrebbe essere quello di chi a un certo punto ha colto il senso della realtà circostante. Ma è così? È sufficiente prendersi cura, in modo del tutto personale, di una donna, caduta nell’abisso di un impazzimento collettivo?

La sua presenza (in scena)/assenza (dal mondo) è esemplare, rivela la complessità di una storia nella quale non vi sono innocenti da giustificare e da salvare. Chi ha agito volontariamente, chi ha “obbedito agli ordini”, chi era costretto dalle circostanze, chi ha fatto finta di non sapere (e anche quelli che in effetti non erano a conoscenza), in ogni caso hanno partecipato al tracollo dell’umanità.

Interessata a mostrare la perdita dell’umano, forse Ignatenko perde di vista la specificità del piano totalitario per riprendere in modo ravvicinato la disfatta dell’individuo in quanto tale. In un racconto sfumato, dai toni contenuti, nel quale tutto sembra già accaduto, e chi ancora vaga per il mondo è irrimediabilmente impigliato nelle maglie di una rete invisibile, viene meno la storia, la narrazione codificata, non vi è più da mettere in scena un presente che si farà passato.

Alla memoria, dovremo ora, ancor più di ieri, pensarci noi che non c’eravamo, che assenti siamo chiamati al dovere dell’immaginazione, assumendoci il tremendo peso di ciò che in un attimo da ricordo può trasformarsi in spettacolo. L’oblio e il baratro sono sempre davanti a noi.


Cast & Credits

Achrome (Pryzrachno-belyi) – Regia: Maria Ignatenko; sceneggiatura: Maria Ignatenko, Konstantin Fam; fotografia: Anton Gromov;  montaggio: Maria Ignatenko; scenografia: Lyudmila Duplyakina; interpreti: Georgiy Bergal, Andrey Krivenok, Klavdiya Korshunova, Nadezhda Zelenova;  produzione: Egor Odintsov, Konstantin Fam per Ark Pictures; origine: Russia, 2022; durata: 96’

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