Henry Fonda For President di Alexander Howath (Festival di Berlino – Forum)

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Per chi si occupa di cinema, non solo a livello critico ma anche a livello di storia, conservazione e mediazione, Alexander Horwath (1964) è una figura di assoluto riferimento. Basti dire che è stato per cinque anni direttore della Viennale, il Festival del Cinema della capitale austriaca e, nella medesima città, per ben quindici anni direttore del Museo del Cinema Austriaco, nel 2007 ha curato il programma cinematografico di Documenta. Ha scritto su numerose/i registe/i, con una speciale predilezione per la cultura austriaca. Adesso a 60 anni (li compierà a dicembre) Horwath si lancia in un documentario della considerevole durata di 184 minuti dal titolo Henry Fonda For President. E non esito ad affermare che si tratta di uno dei più bei documentari biografici (e non solo) visti negli ultimi anni. Un documentario coltissimo e in realtà anche leggero e divertente, un film che – lo si intuisce – deve essere costato una bella quantità di lavoro e probabilmente anche di denaro.

Ne è protagonista l’attore americano Henry Fonda (1905-1982) che Horwath conosce come nessun altro, vedere/rivedere tutti gli spezzoni citati (sono, limitandosi solo a quelli con l’attore protagonista, più di 30) è un’autentica goduria e fa venire una voglia matta di rivederli per intero tutti quei film. Limitandomi a citare da quelli con John Ford (cito i  titoli italiani: Alba di gloria, Furore, Sfida infernale), a Il Ladro di Alfred Hitchcock a La parola ai giurati di Sidney Lumet, che Fonda provvide anche a produrre. Uno dei più importanti attori della Hollywood classica, Fonda – giusto per partire quasi dalla fine – ricevette due Oscar soltanto, uno alla carriera nel 1980 e uno per quella che sarebbe diventata la sua ultima interpretazione ovvero Sul lago dorato, dove recitava un ottantenne professore in pensione, insieme a Katherine Hepburn (anch’essa premiata, ma questo fu il suo quarto Oscar!) e anche alla figlia Jane, un film venato di profonda tristezza e non certo il più bello fra quelli da lui interpretati. Ho citato alcuni dei suoi film più importanti attingendo ai titoli italiani, ma di due di essi mi sia consentito di ricordare il titolo originale: Alba di gloria suona in inglese Young Mr. Lincoln, trattando l’ascesa politica di un giovane avvocato che esercitava a Springfield nell’Illinois; l’altro film di cui va citato il titolo originale  è quello di Hitchcock ovvero The Wrong Man (di questo fra un attimo).

Che cosa rende questo documentario davvero esemplare? La presenza di una triplice linea narrativa che viene maneggiata e intrecciata con assoluta disinvoltura, senza che – è questo il difetto principale di moltissimi documentari – il regista ed ideatore si faccia travolgere dalla montagna di materiale disponibile, ma dominandolo con grande maestria. La prima linea è la storia della famiglia Fonda, immigrata nel diciassettesimo secolo dall’Olanda nel Nuovo Mondo, ben presto la storia della famiglia si trasforma dunque nella storia americana che viene raccontata anche attraverso alcuni film storici interpretati dall’attore.

La storia americana viene esposta grazie a diversi capitoli cronologici situati in luoghi a tratti sorprendenti e poco noti, il regista si rivela capace di raccontarla da prospettive davvero inattese, spesso periferiche e provinciali con una costante attenzione, tuttavia, a come i lieux de memoire siano stati oggetto di reenactment al limite del kitsch. Ben presto, però, il racconto della storia americana diventa il racconto della storia del cinema americano, soprattutto di quello classico, e, data la concentrazione su Fonda,  si dipana il racconto di una certa idea di America che a partire da Furore e da Young Mr. Lincoln l’attore ha perfettamente incarnato, l’idea di un’America capace di sposare patriottismo, democrazia, rettitudine morale e giustizia fino al martirio, come emerge ad esempio in un film appena meno noto del 1964 ovvero A prova di errore (Fail Safe di Sidney Lumet), in cui, come già nel film di Ford, interpreta un Presidente degli Stati Uniti in piena guerra fredda, stavolta di pura finzione.

Non a caso l’attore/politico che a più riprese viene usato dal regista a fungere da controcanto è Ronald Reagan, a partire dal quale, si può dire, si è fatta largo, pur con qualche eccezione (Barack Obama) un’idea diametralmente opposta di America, un’idea posticcia e corrotta, che fa appello alle viscere del white trash, di cui Trump, oggi, rappresenta la peggiore incarnazione immaginabile.

Insomma Henry Fonda viene assurto da Horwath a rappresentante di un’America come sarebbe potuta essere e non è stata, il titolo diviene così un auspicio, un afflato utopico, pur radicato in una ironica fattualità, visto che fa riferimento alla puntata di una sit-com del 1976 (Maude’s Mood) in cui l’elezione di Fonda alla massima carica veniva caldamente auspicata e al tempo stesso, dall’attore medesimo che si era prestato come special guest, fermamente rifiutata. Ma Henry Fonda è – straordinario merito di Hitchcock, capace anche di canalizzare vicende della biografia dell’attore – anche The Wrong Manl’uomo retto ma impotente, sopraffatto dall’ingiustizia del mondo.

Oltre a un paio di interviste televisive e altre uscite pubbliche e, ovviamente, agli spezzoni di film, il regista ricorre in abbondanza a una lunghissima intervista su nastro (12 ore, nel 1981, un anno quindi prima che Fonda morisse) che Horwath è riuscito a recuperare direttamente dall’autore, ossia Lawrence Grobel che la scrittrice Joyce Carol Oates ebbe a definire il “Mozart degli intervistatori”. Anche a 76 anni Fonda mantiene una straordinaria fedeltà con la propria immagine, restituita dal regista in modo esemplare.

A un certo punto l’era di Fonda obiettivamente tramonta, non a caso l’anno in cui finalmente riceve, seppur alla carriera, l’Oscar è l’anno in cui il riconoscimento come migliore attore viene conferito a un interprete che era dovuto ingrassare molti chili per interpretare Jack La Motta. E la Hollywood classica aveva, ormai da tempo, ceduto il passo alla New Hollywood.

Ma prima di tutto ciò, giova ricordare – e Horwath lo fa – il primo regista che aveva giocato in modo geniale sull’immagine consolidata di Henry Fonda: Sergio Leone che in C’era una volta il West lo aveva trasformato nell’esatto contrario di ciò che Fonda fino a quel momento era stato, ovvero un vilain, suscitando un clamoroso effetto sorpresa.


Henry Fonda For President – Regia, sceneggiatura: Alexander Howath; fotografia, montaggio: Michael Palm; produzione: Mischief Film, Medea Film Factory; origine: Austria/ Germania, 2024; durata: 184 minuti.

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