The Kiev Trial di Sergei Loznitsa

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Sergei Loznitsa ci ha abituato ai suoi film di repertorio nel quale ripercorre, usando le immagini dell’epoca, fatti ed episodi relativi alla storia del XX secolo. Anche questa volta come si evince dal titolo The Kiev Trial (Fuori Concorso), a venire portato sullo schermo, è un processo, uno dei processi di Kiev. Processi pubblici che si sono tenuti nel 1946 nella capitale ucraina contro i crimini di guerra compiuti da militari nazisti.
Il processo in questione è contro quindici militari che si sono macchiati di crimini orrendi, di stupri e massacri (tra cui quello di Babi Yar) contro partigiani e civili, ebrei o meno, di deportazioni nei campi di concentramento, di uccisioni nelle camere a gas. Tra le migliaia di vittime anche moltissimi bambini, in una vera e propria pulizia etnica che non risparmiava nessuno.
Quello che vediamo, quindi, sono quindici persone, ognuna chiamata continuamente con il proprio nome, accusati di aver trattato altri esseri umani come oggetti, come “pezzi di legno”, come dice una testimone. Perché alla volontà del nazismo di disumanizzare gli esseri umani, le autorità comuniste rispondono cercando responsabilità individuali, di esseri umani che si sono comportati in modo crudele verso altri esseri umani.
Per questo in questi processi si cerca di essere il più corretti possibili. Agli imputati viene fornito un servizio di traduzione e tutti loro hanno la possibilità di rivolgersi alla Corte per chiarire, eventualmente, la propria posizione.
Un film pulito e chiaro, senza nessun intervento del regista che mostra soltanto il grezzo materiale d’archivio. Ma un film che rimanda il pensiero a tantissimi altri temi che hanno a che fare con il mondo che viviamo oggi.
Infatti, mentre scorrono le immagini di questo processo, viene in mente il processo al militare russo, il ventunenne Vadim Shishimarin, che si è svolto solo qualche mese fa, a seguito dell’invasione di questi ultimi tempi. Le parole del militare russo, la richiesta di perdono, non sono molto diverse dalle parole dei militari nazisti. Anche lui ha detto che ci sono responsabilità più grandi e che, in fondo, la sua vera colpa è quella di essere stato debole nell’aver obbedito a comandanti crudeli che gli imponevano di avere certi comportamenti.

E viene in mente non solo questo processo, ma anche tutta la storia dell’invasione russa. Anche in questo caso, infatti, il popolo ucraino si oppone ad una invasione straniera, combatte a costo di enormi sacrifici e vede persone innocenti morire ogni giorno. E anche questa volta il popolo ucraino combatte e si ribella. Perché, oggi come allora, al nemico ci si deve opporre. E le parole che recita il Pubblico Ufficiale che chiede le condanne, sono le stesse parole che ritroviamo oggi. Lo stesso bisogno di affermare la dignità di una nazione, lo stesso bisogno di ribadire la lotta della civiltà contro la barbarie.
Ma le quindici persone condannate ci fanno venire in mente anche altre questioni. Questi uomini, infatti, si sono trovati a combattere in una situazione nella quale si sentivano potenti, quando pensavano che ogni comportamento potesse essere giustificato dalla loro forza e dalla certezza della vittoria. Si sono trovati a vivere in un orgia di potere, dove tutto era possibile e dove non c’era nessun freno morale. Ma gli uomini che troviamo dietro le sbarre sono uomini diversi da quelli che queste cose hanno fatto. Sono uomini che hanno visto cadere tutte le loro illusioni e le loro certezze. Sono uomini fragili che hanno paura di morire, sono uomini che stanno patendo il carcere. Sono altre persone, completamente differenti, perché vivono in un contesto che è completamente differente.
E davanti a loro trovano invece una moltitudine di altre persone (il processo era pubblico e si svolgeva in un aula gremita all’inverosimile) che chiedono vendetta. Che chiedono la loro morte, come se la morte di quindici esseri umani potesse allievare di un poco il dolore che per anni hanno vissuto.
Responsabilità individuali e vendette collettive. È questo il vero dilemma che si trovano ad affrontare i giudici, che dovrebbero essere i mediatori tra questi due estremi, che dovrebbero riuscire ad avere una freddezza nel decidere senza farsi guidare dall’istinto.
Ed è questo uno dei confitti davanti al quale noi, che il film (ed il processo) lo guardiamo, ci troviamo oggi. Da un lato una responsabilità di una nazione che aggredisce un’altra nazione, dall’altro lato esseri umani, che per il solo fatto di appartenere a questa nazione vengono accusati di essere dei criminali.
I cittadini di Kiev che nel 1946 hanno assistito a questo processo hanno scelto quale è la loro posizione, e applaudono al pronunciarsi della sentenza. Noi dovremmo decidere da che parte stare, se con la inciviltà della guerra, o con l’inciviltà che decide che la vendetta brutale sia un sentimento da accogliere dentro di sé.


The Kiev Trial Regia e sceneggiatura:  Sergei Loznitsa; montaggio: Sergei Loznitsa, Tomasz Wolski, Danielius Kokanauskis; produzione: Maria Choustova, Sergei Loznitsa, Ilya Khrzhanovskiy, Max Yakover per Atoms & Void, Babyn Yar Holocaust Memorial Center (UA); origine: Paesi Bassi/ Ucraina, 2022: durata: 106’.

 

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