3/19 di Silvio Soldini

  • Voto
3

C’è una lapide con scritto Uomo sconosciuto, accanto un’altra lapide che riporta Donna sconosciuta. La prima è dell’uomo che vi è sepolto, la seconda della donna che le due tombe le sta guardando. Nuovo film di Silvio Soldini, ennesima mossa laterale di un autore poliedrico, 3/19 è una pellicola dal taglio netto e profondo nel quale un’indagine condotta da privati, la protagonista, implode nel momento stesso in cui se ne rivela l’obbiettivo: la ricerca della propria identità nella cura dell’altro.

L’idea iniziale degli sceneggiatori era una donna rovesciata sulle strisce pedonali di una Milano piovosa, e lì noi troviamo Camilla Corti (Kasia Smutniak), avvocato di successo appena investita da un ragazzo con le scarpe rosse a bordo di una moto. Sull’asfalto, però, non è sola: vicino c’è anche un ragazzo immigrato, caduto dal mezzo, ancora vivo ma non per molto. È il caso, l’evento, il destino, tanto caro al regista milanese, che destabilizza una donna dura che ha ottenuto tutto dalla vita, proprio lei che sembra «quasi buona quando dorme», e che improvvisamente si scopre preda di una claustrofobia interiore.

Il dubbio, piccolo e misero («Il semaforo era verde?»), le ricerche nell’obitorio, il ritrovamento di un cellulare, il feticismo per le scarpe rosse, la ricerca di una sepoltura adeguata, tutti addendi che vanno a sommarsi a una ricerca profonda che viaggia oltre la formalità giudiziaria («basta una firma e può andare») e le domande aliene insistite («Ma tu cosa stai cercando?»), perché riguarda altro: la ricerca di calore, umano. Eppure Camilla quel calore lo avrebbe, dall’amante Maurizio (Paolo Mazzarelli) e dalla figlia Adele (Caterina Forza), ma la questione non è tanto l’avere quanto il saper avere: è imparare un’educazione, quella sentimentale. Perché ciò avvenga sarà allora necessario un aiutante, un uomo estraneo al suo mondo (sia affaristico che, in generale, dei vivi), il direttore dell’obitorio Bruno (Francesco Colella), che alla fine aiutante rimarrà perché tali lezioni di amore, alla fine, s’imparano da soli, le si devono incidere sul proprio viso.

Undici film all’attivo, incluso il seguente, Silvio Soldini è un regista da sempre capace di saltare da una leggerezza zuccherosa (Pane e Tulipani, 2000; Il comandante e la cicogna, 2012) a una leggerezza complicata (Le acrobate, 1997; Cosa voglio di più, 2010), in ogni caso sempre splendidamente libero da moralismi alcuni che possano rovinare il contatto con l’umano o far ricadere la pellicola dentro un realismo grave (questione migranti). Tempo scandito da incensanti squilli di telefono, rapporto a incastri con la città di turno – una Milano di metallo e vetro, ricca, da piani alti ma pure di piani bassi, quella delle mense e dei dormitori -, mix di reale e onirico e immaginato (a cosa pensa Camilla quando cerca la pace?), la poetica cinematografica dell’autore milanese torna per intero senza peccare di rigidità. Anzi, a voler ben vedere, coniugando quella sua solita ricerca spasmodica dell’atto (azioni semplici, ma continue) a una volontà nuova della cinepresa soldiniana, fissa sul viso della protagonista. Buona parte del film è tutto sommato questo: il rapporto tra la telecamera e lei, Kasia Smutniak.

È una credibile Camilla Corti quella riportata sullo schermo dall’attrice italo-polacca, sicuramente all’altezza di sostenere l’intero film e di modificarsi con il personaggio medesimo: dal «carattere di merda» in un mondo affaristico che lo ha forgiato perché lo richiede, passando per l’oblio identitario fino al sofferto relief finale. Certo, l’aiuta nel suo compito un Colella veramente efficace nella sua naturale amorevole goffezza, le rende un po’ più complicato il compito una Caterina Forza ancora in parte acerba e altalenante nella continuità recitativa. A loro merito, premio per l’uno e difesa per l’altra, si può dire che i ruoli secondari nei film del regista non sono mai facili, soprattutto se non si tratta di commedia, ed evitare la comparsata caratteristica è già notevole.

L’ultima fatica di Soldini è quindi un film deciso come la sua protagonista, tenace (al limite del soffocante) nello studio di lei in quanto persona e lodevole nella sua capacità di trattarne l’apprendimento della grammatica dell’affetto. Ovviamente, non si può chiudere gli occhi davanti a cadenze retoriche, figlie di una trama a volte troppo ramificata nei suoi aspetti sentimentali, che certo un finale tanto protratto e eloquente non aiuta fino in fondo. Rimane però qualcosa, ed è la trattazione di temi passati di moda e quindi freschi per la loro dimensione umana: la ritualizzazione della scomparsa e il prendersi cura degli altri. Insomma, la primordiale parentela tra amore e morte.

In sala dall’ 11 novembre 2021


3/19 – Regia: Silvio Soldini; soggetto e sceneggiatura: Doriana Leondeff, Davide Lantieri, Silvio Soldini; fotografia: Matteo Cocco; montaggio: Giorgio Garini, Carlotta Cristiani; musica: Gian Luigi Carlone; scenografia: Paola bizzarri; costumi: Silvia Nebiolo; suono: Paolo Benvenuti, Daniele Sosio; interpreti: Kasia Smutniak, Francesco Colella, Caterina Forza, Paolo Mazzarelli, Martina De Santis, Antonio Zavatteri, Anna Ferzetti, Arianna Scommegna, Giuseppe Cederna; produzione: Vision Distribution, Lumière & co; origine: Italia-Svizzera, 2021; durata: 120’; distribuzione: Vision Distribution.

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