Maid

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Maddy ha tre anni ed è figlia di Alex che ne ha venticinque ed è figlia di Paula che ne ha più di cinquanta. La piccola vive con madre e padre in mezzo alle montagne dell’Alaska, in una casa spartana isolata da tutto, senza dover ricorrere mezzi di trasporto. Sean, il papà, lavora in un locale come bar tender, torna tardi la notte, bevuto e alterato. Nella prima scena, asfissiante e esemplare del clima teso della serie, il giovane uomo perde la pazienza, alza la voce con la compagna, sveglia la bambina che dorme, minaccia col pugno alzato, spaventa a morte Alex. Quando cade addormentato per via dell’abuso di sostanze, la madre prende la figlia, le chiavi della macchina e fugge via nella notte buia, attraverso strade nei boschi che ricordano l’itinerario che porta all’Overlook Hotel di Shining di Stanley Kubrick (1980).

Siamo dalle parti di un thriller non essendolo, di un dramma familiare non essendolo a pieno, siamo catapultati, come spettatori, in una storia di maltrattamento domestico raccontata con realismo estremo, acutezza, ricchezza di immaginazione e finezza di sguardo. La prospettiva è tutta femminile: la ragazza madre ha un coraggio raro in situazioni dolorose come la sua, è circondata di personaggi dai caratteri ambigui e inaffidabili, si sente abbandonata a sé stessa ed è un fatto reale perché è sola, è sola a prendersi cura della bambina a suo carico.  Quando prova a chiedere aiuto alla madre Paula persa nel bisogno continuo di esprimere arte  (pittura scultura installazione)  davanti al caravan dove alloggia con un tipo sedicente australiano, più giovane di lei e poco affidabile agli occhi di tutti, tranne di Paula innamorata, oppure al padre, ora religioso evangelista, ex bevitore, ora senior negli alcolisti anonimi o ancora alla suocera, dipendente da farmaci da sempre, la ragazza finisce sempre un gradino più basso nella scala della sopravvivenza ai limiti della povertà e del diventare senza fissa dimora (homeless, letteralmente senza casa: Alex non ha casa, Paula non ha casa, Maddy non ha casa).

Presto Alex si trova a chiedere aiuto a un rifugio per donne maltrattate, a chiedere sussidi statali per pagare la retta dell’asilo per poter lavorare e guadagnare dei soldi per mantenere sé e la figlia. Come un serpente che si morde la coda si scontra con cavilli burocratici, incoerenze giuridiche, buoni assistenziali male accetti da supermercati e da affittuari: non avere niente apre le porte del continuare a non avere niente.

Alex si inventa collaboratrice domestica, viene presa in prova da una struttura di pulizie a domicilio, sale e scende durante ogni giornata di lavoro scale impolverate, si scontra con bagni otturati, finisce in case in cui sono stati commessi omicidi, lucida camere con vista sull’oceano.

Di attitudine sorridente e positiva, Alex è un personaggio memorabile: l’amore per la figlia è tale da non farle pesare la stanchezza di un lavoro fisico spossante, dopo ogni sconfitta torna subito in piedi con il coraggio di provare qualcosa di diverso, davanti alle aggressioni verbali di una madre psicotica che non ama le medicine allopatiche ma preferisce lo stordimento pacificato di una “good weed” (marjuana). Perciò reagisce col sorriso e l’amore che ha applicato dall’età di cinque anni – in un ingiusto e iniquo ribaltamento di ruoli parentali – quando la madre l’ha presa di notte all’improvviso (specchio: come ha fatto lei, cambiando casella da figlia a madre, anni dopo) portandola in Alaska, lontano dalle famiglie di origine e soprattutto da un padre violento. Si sa che chi passa attraverso una storia di abuso familiare acquisisce la logica e il punto di vista dell’aggressore e tende a diventare vittima a sua volta, seppur sia l’ultima cosa che desidera.

Tratto da una storia vera raccontata in un libro scritto da Stephanie Land, Donna delle pulizie (Astoria edizioni), Maid (in dieci episodi su Netflix) non lascia tregua: si familiarizza con la protagonista, si soffre con lei, ci si ritrova chiusi tra le quattro mura dell’alloggio temporaneo, tra le pareti intrise di muffa, nell’angoscia di non avere nulla da indossare, nulla da mangiare. Alex non porta sul corpo le tracce di una violenza fisica, il suo uomo non l’ha mai pestata ma ci è arrivato vicino, vicinissimo fino a farla morire di terrore e scappare via senza rimorsi. Tra di loro si interporranno tribunali, avvocati, parenti, amici dell’uno ma non dell’altra: soprattutto il grande nemico, il numero uno, sarà l’alcool, la dipendenza: si racconta – senza veli conformisti – come un uomo (o una donna) vengano travolti dal proprio mostro interiore e diventino incapaci di pietà, di sentimento, di bontà, volenterosi esclusivamente di perdersi fino alla fine in un bicchiere (una pasticca, una fumata, una tirata) che conduca, finalmente, al tanto desiderato oblio.

Nella casa – rifugio c’è alle pareti un solo quadro che rappresenta una donna vestita di rosso che, di schiena, con le braccia aperte a mantenere l’equilibrio, cammina a piedi scalzi sulla scia bianca di un mare mosso. Alex chiede informazioni in merito alla anziana donna afroamericana che supervisiona il centro: “ce n’è uno in ogni abitazione”. La solidarietà trasversale femminile è personificata da Regina, una ricca e superficiale donna a cui Alex pulisce la grande villa sull’acqua (che la “Maid”, nei suoi appunti, definirà “house of the cunt”): il personaggio ha una evoluzione positiva – insita già nelle espressioni del viso quando ancora si atteggiava a donna manager con una posizione da mantenere – con l’arrivo di un bimbo in adozione nel momento stesso in cui il marito ottiene il divorzio.

Sul dimenticare, sul perdono, sul vuoto politico americano di assistenza alla violenza, su questo si basa Maid. Eppure non è mai deprimente, mai un racconto asettico, mai noioso: attraverso interventi grafici al lato dell’inquadratura si fanno i conti delle spese come ad una cassa immaginaria che suona in maniera sgradevole quando si va in rosso (spesso), attraverso l’immaginazione della ragazza si risolvono situazioni delicate (le case diventano portatrici di storie delle persone che le abitano: Alex si metterà a scriverle su un quaderno – che diverrà poi il libro da cui è tratta la serie stessa), i siparietti tragi-comici tra madre e figlia (altalene recitative di grande empatia tra Margaret Qualley e Andie MacDowell, a sorpresa davvero figlia e madre nella realtà) assumono un livello di profondità inaspettato per contenitori seriali del genere.

La tragedia è sempre sfiorata, mai raggiunta. Al contrario superata, volando libere nel cielo blu Alaska, colore preferito, ma a lungo dimenticato, della protagonista.

Incoraggiante, edificante e pure reale, un quasi lieto fine.

Su Netflix dal 1 ottobre


Maid –  genere: drammatico; showrunner: Molly Smith Metzler; interpreti: Margaret Qualley, Andie MacDowell, Nick Robinson, Anika Noni Rose, Tracy Vilar, Billy Burke;  produzione: Molly Smith Metzler,John Wells Productions, LuckyChap Entertainment, Warner Bros. Television;  network: Netflix; origine: Stati Uniti d’America, 2021; durata: 47-59′ (ad episodio).

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