Storia di mia moglie di Ildikó Enyedi

  • Voto 4
4

A mio figlio racconterei

del nostro vivere che cerca

di controllare l’incontrollabile

Come dormono le balene? In posizione verticale, sigari abbandonati nelle acque perché nell’oceano stanno bene e uscire non vogliono. L’uomo invece non si accontenta, soprattutto un marinaio che su una nave è capitano mentre sulla terra ferma è pesce fuor d’acqua. Si ha allora bisogno di una guida, qualcuno che ti inizi alla realtà, e chi meglio di una moglie tanto affascinante quanto elusiva?

Storia di mia moglie, per la regia di Ildikó Enyedi, è un lento cominciato per scommessa e portato avanti in modo pericoloso dannoso soffocante dai due protagonisti, con una regia decisa e articolata che richiede al pubblico attenzione e pazienza non indifferenti. Se ne esce tuttavia appagati.

Anni Venti, secolo scorso. Capitan Jakob Storr (Gijs Naber), uomo tutto d’un pezzo, si scopre con il male del marinaio: il cibo è come un sasso sullo stomaco e il fumo può fare ben poco. Soluzione? Sposarsi. Ora però bisogna trovare qualcuno, possibilmente una donna. Chi? Per esempio, la prima che entra dalla porta. La donna si chiama Lizzy (Léa Seydoux) e acconsente, però «non domani, tra una settimana, è più realistico. Non rovinare il gioco». I due si sposano per davvero e Jakob parte. Dopotutto il loro sarà un matrimonio a puntate: ogni quattro mesi l’incontro e lo spazio dell’incontro, la ruggente Parigi, in quel labirinto chiamato vita sociale, quella dove tutto corre più veloce. Ancor più veloce per un uomo di mare.

Lei è favolosa, ma anche volubile, inafferrabile. Ogni sguardo e parola nascondono una verità avvolta nella menzogna (e viceversa), eppure queste sono paranoie perché Lizzy lo ama veramente e non lo sta tradendo con nessuno, fino a prova contraria. Peccato, però, che le prove ci siano, sarebbe sufficiente crederci, e Jakob questo non lo fa. Perché? Perché il capitano intuisce (meglio tardi che mai) che la vita là fuori, sulla terra ferma, non rispetta le regole del mare, quelle che gli permettono di portare una nave in salvo mentre il ponte brucia; decide quindi di giocare il gioco, quello insegnatogli dalla moglie, quello della perdita di controllo, della ricerca della realtà e del potere della sensualità. Jakob sarà un buon giocatore? Vincere o perdere, tutto alla fine ha un prezzo e non esistono nette verità (amarsi od odiarsi?), soprattutto in amore.

Dopo aver vinto l’Orso d’Oro nel 2017 a Berlino con Corpo e Anima, Ildikó Enyedi torna con una pellicola ruvida che gioca su colori corposi in tonalità fredda ad alimentare una contrapposizione di mondi: da una parte quello statico e solido dell’universo maschile marinaresco, dall’altra quello movimentato e instabile della Parigi femminile. Jakob ne è il trasmigrante, colui che nei 7 movimenti che compongono l’opera (ognuno con il rispettivo titolo) cerca di abbandonare l’uno per sbarcare nell’altro con (ri)cadute eventuali e finali. Lo fa per mezzo di un soundtrack a volte protagonista e dialoghi cartonati, né freschi né antiquati, bensì vintage.

Si capisce quindi che quello operato è un ritorno al passato – certo rispettoso dell’atmosfera del romanzo omonimo di Milán Füst – e se si è capaci di stare al gioco si apprezzano la purezza della contraffazione, lo spessore della filigrana, come le massime che scandiscono i passaggi di trama. Quest’ultime, in effetti, cercano di riprodurre il flusso di coscienza del romanzo e finiscono in parte per appesantire la pellicola nel voler dire troppo quando forse basterebbe meno. A salvare la situazione però ci sono loro, i protagonisti.

I caratteri dei due personaggi sono manifesti. Lui incredibilmente onesto, lei straordinariamente sfuggente, ciò che però nasce dall’incontro è un intrico claustrofobico che trattiene i malcapitati, Jacob e lo spettatore. La chimica tra Léa Seydoux e Gijs Naber è forte, alimentata dal terzo incomodo (Louis Garrel), e dà credibilità a una storia che è interessante perché ha un centro in perenne movimento, lei, e qualcuno che è avvolto nelle spirali, lui, con tutti i dubbi e controdubbi della crisi, quella identitaria.

Storia di mia moglie è un film articolato deciso denso, pellicola che piacerà a chi sia disposto ad ascoltare una storia con tutto ciò che insistentemente e ripetutamente vuole insegnare. Lo fa appunto prendendosi i suoi tempi, avendo anche dei momenti di leggerezza in una tensione di continuo tirata, fino al limite, sino a voler sapere veramente quale sia il vero. Il protagonista e lo spettatore sono abbindolati da lei, Léa Seydoux, da quegli occhi indecifrabili che evitano banalità, insegnano il dolceamaro del dubbio e l’acredine della verità. In fondo, è più importante scoprire il tradimento o capirlo? È un gioco a senso unico, dove bisognerebbe accettare di perdere per vincere.

Sei un uomo onesto Jacob,
non insolente,
e per questo ti amo

Dal 14 aprile al cinema


Storia di mia moglie (A feleségem története) – Regia: Ildikó Enyedi; sceneggiatura: Ildikó Enyedi; fotografia: Marcell Rév; montaggio: Károly Szalai; musiche: Adam Balazs; interpreti: Léa Seydoux, Gijs Naber, Louis Garrel, Jasmine Trinca, Luna Wedler, Romane Bohringer, Ulrich Matthes, Simone Coppo, Udo Samel, Sergio Rubini, Sandor Funtek, Josef Hader, Nayef Rashed, Ralph Berkin, Beniamino Brogi, Károly Hajduk; produzioni: Kapitàny Film Ltd, Komplizen Film GmbH, Palosanto Films con Rai Cinema in collaborazione con Dorje Film, in collaborazione con Pyramide Productions, con il supporto di MIC; origine: Ungheria, Germania, Italia, Francia; durata: 169’; distribuzione: Altre Storie

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