Il silenzio grande

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Il silenzio grande, il quarto  e ultimo film girato da Alessandro Gassmann, presentato a Venezia alle Giornate degli Autori, nasce fin da subito come un film rischioso, al pari di tanta parte dei film tratti da opere teatrali, in questo caso un testo di Maurizio De Giovanni, lo scrittore giallista col quale l’attore/regista da tempo collabora (basti pensare alla serie televisiva dei Bastardi di Pizzofalcone), un testo che prima ancora di trasporlo al cinema Gassmann aveva provveduto ad allestire a teatro, addirittura con il medesimo attore che qui funge da protagonista, ossia Massimiliano Gallo, laddove invece tutto il resto del cast è cambiato.

Girare un film tratto da un’opera teatrale comporta scelte radicali sinteticamente riassumibili in una alternativa di fondo: fare propri tutti gli elementi che costituiscono la teatralità, vale a dire una sostanziale unità di luogo e spesso anche di tempo, puntare sulla centralità della recitazione, limitandosi semmai ad accentuare le espressioni facciali attraverso un reiterato uso dei primi piani, quasi servendosi del cinema per democratizzare la forma teatro facendo quindi diventare tutti spettatori di prima fila e provando a movimentare la regia, o invece provare a nascondere le tracce della teatralità originale, magari lavorando sui cambi di scena o sull’inserimento di riprese in esterno, spesso conferendo movimento, cinetica a un testo che di per sé il movimento non lo avrebbe (ciò che avviene di frequente nel cinema classico americano d’impostazione comica ma non solo tratto da pièce teatrali, pensiamo a casi celeberrimi di film tratti da opere teatrali, girati da Howard Hawks, da Ernst Lubitsch, da Alfred Hitchcock o da Billy Wilder). Gassmann ha chiaramente optato per la prima scelta, riservando gli unici momenti un po’ più dinamici ai piccoli siparietti, essi stessi peraltro di natura teatrale, nei quali il protagonista, dotato di una fervida immaginazione essendo scrittore, dà corpo alle proprie invenzioni o ai racconti dei suoi interlocutori.

La trama, che prevede un corposo colpo di scena finale che non riveleremo, è piuttosto esile: lo scrittore Valerio Primic (Massimiliano Gallo) ha vissuto tempi migliori ma ancora trae profitto dal proprio capitale simbolico, solo simbolico però. Perché di soldi non ce ne sono proprio più, tanto che la villa prestigiosa, vetusta e polverosa con vista Capri va venduta per fare cassa. Ma Valerio continua a vivere nel proprio mondo incantato, nel proprio studiolo dove si è depositata la polvere di generazioni e se c’è un ordine in quel bailamme è solo un ordine mentale, di cui lui è l’unico a possedere le chiavi.

È da quello studio passano tutti coloro che domandano l’attenzione e per così dire l’udienza da parte di quest’uomo, consapevole dei propri fallimenti e delle proprie inadeguatezze, con ancora solo un magro rimasuglio di autostima. Vi passa la moglie Rose nevrotica, disillusa e alcolizzata, interpretata da Margherita Buy con la consueta professionalità (un ruolo fra l’altro che soprattutto verso la fine la pone curiosamente nelle vicinanze del personaggio da lei interpretato nel film di Nanni Moretti). Vi passa la figlia Adele (Antonia Fotaras), irrisolta sul piano professionale e affettivo che confessa al padre la propria infinita ammirazione e quanto questa ammirazione ne abbia pesantemente condizionato ogni scelta. Vi passa il figlio Massimiliano (Emanuele Linfatti) che a sua volta elegge il proprio genitore a depositario di un scabrosa confessione privata, soprattutto in ragione del tempo storico in cui la vicenda è ambientata (un’Italia meridionale, Napoli anzi, anni ’60, si direbbe, anche se: volendo giocare a fare il filologo si vede a un certo punto la copertina di un’edizione Newton Compton delle Poesie di Federico Garcia Lorca, che uscirono nel 1971, ma verso la fine capiremo che la dimensione temporale conta il giusto); e infine vi passa quella che si rivela essere l’autentica deuteragonista dello scrittore/professore ovvero la domestica Bettina, interpretata dall’eccellente Marina Confalone, memoria storica della famiglia.

Coproduzione italo-polacca (in Polonia si trova forse la villa originaria e anche alcune maestranze da lì provengono) Il silenzio grande è una a tratti malinconica, a tratti ironica resa dei conti sul rammarico provocato da scelte esistenziali sbagliate, esemplificata appunto dai tanti, troppi silenzi del protagonista autoriferito che hanno dato luogo al grande silenzio di cui al titolo, una riflessione sul tempo che passa  e non torna e – di nuovo, come nel film di Moretti – un’analisi spietata sulle patologie familiari; l’operazione compiuta dal Gassmann regista cinematografico, occorre dirlo, è riuscita solo a metà, la prima parte del film risulta davvero lenta e noiosa, nella seconda parte il testo ingrana un po’ di più anche se, sul piano squisitamente drammaturgico (ma ciò vale ab origine, ovvero già per il testo teatrale), il più volte menzionato coup de theâtre delle ultime scene finisce sì per condizionare tutto quanto visto fin qui ma non conferisce totale plausibilità e coerenza al plot.

Dal 16 settembre nelle sale


Cast & Credits

Il silenzio grandeRegia: Alessandro Gassmann; sceneggiatura: Maurizio de Giovanni, Alessandro Gassmann, Andrea Ozza; fotografia: Mike Stern Sterzynski; montaggio: Marco Spoletini; interpreti: Massimiliano Gallo (Valerio Primic), Margherita Buy (Rose Primic), Antonia Fotaras (Adele Primic), Emanuele Linfatti (Massimilano), Marina Confalone (Bettina); produzione: Paco Cinematografica; distribuzione: Vision Distribution; origine: 2021 Italia-Polonia; durata: 106′

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