Radiograph of a Family di Firouzeh Khosrovani

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Una stanza vuota, probabilmente ripresa in un tempo che si approssima al nostro presente e una voce fuori campo che richiama a un passato che sembra fin troppo remoto: «La mamma sposò la fotografia di papà». Inizia con queste immagini e parole Radiograph of a Family della regista iraniana (con trascorsi italiani) Firouzeh Khosrovani, la narratrice che attraverso materiali di repertorio, lettere e ricordi personali ha voluto raccontare la storia della sua famiglia, quella di Hossein, il padre, un uomo laico che viveva a Ginevra per studiare radiologia, e quella di Tayi, la madre, una donna profondamente religiosa che, appunto, sposò la fotografia di un coniuge assente.

Non tragga in inganno, però, l’informazione di una distanza che potrebbe apparire come un aneddoto da collocare immediatamente in una commedia frivola. La foto all’altare è uno dei tanti indizi che confluiranno in una piccola vicenda sentimentale incagliata dentro una storia più grande, quella della Rivoluzione islamica che portò alla cacciata dello Scià e all’imporsi di una nuova visione del mondo.

Radiograph of a Family non è solo il collidere di due vicende personali, l’incrocio per certi versi fortuito di due traiettorie che da subito potevano prendere direzioni radicalmente diverse. È anche, su uno sfondo non propriamente sfocato, lo scorrere di eventi che con diversa intensità abbiamo tutti condiviso. Una storia d’amore e l’ascesa khomeinista, se volessimo sintetizzare e trovare due poli nel quale far oscillare i destini di un uomo e una donna…e una figlia.

Tayi è una giovane donna che prima ancora di aderire totalmente ai principi della Rivoluzione, era già persa tra il segreto desiderio di abbandonarsi a un nuovo mondo e la paura di separarsi da quello al quale si sentiva indissolubilmente legata. Speranze e timori convivevano nella ragazza che si unì a un uomo più grande, certamente più consapevole di ciò che aveva conquistato e delle sue ambizioni. Una scissione, quella di Tayi, che poteva perfettamente riassumersi nei due modi con i quali la moglie chiamava il marito: Houssein o Moussio, la storpiatura di Monsieur. La ricerca di una complicità, la necessità di una distanza.

«Che strano! È come se vivessimo in due Iran diversi», dice la voce che interpreta Tayi nell’immaginaria ricostruzione dei dialoghi tra i due coniugi. Tayi guarda alcune foto della famiglia di Hossein e riconosce lo scarto, prende coscienza di un abisso incolmabile. E qui avviene un primo ribaltamento delle posizioni. Firouzeh non è ancora nata, ma sua madre sa che la meta è lontana migliaia di chilometri, che la strada da percorrere porta in Iran, a casa, lontano dal caos svizzero, dai balli, dall’alcol, da un mondo nel quale pregare è considerato un atto superfluo, un rito soggetto a numerose eccezioni. Hossein non comprende che è già finita. Si diverte a sentirsi chiamare Moussio, porta sua moglie in mezzo a persone che per lui sono il suo mondo, per lei degli esseri enigmatici da cui tenersi lontana. Dovrebbe capire che sta imponendo una visione non condivisa, invece è paradossalmente chiuso nella sua laicità.

E così sono di nuovo a Teheran per far nascere Firouzeh, con un confine che segna due diversi territori: da un lato quello di papà con la musica, i fischiettii e i quadri, dall’altro quello di mamma con il tappetino e le preghiere. «A me manca qualcosa. Chi sono io Hossein? Tu sai chi sei. Conosci il tuo ruolo. Tu hai studiato, sei qualcuno. Ma io? Chi sono io?». Con questa domanda esistenziale si compie il definitivo capovolgimento dei due mondi: quello concreto di lui si trasforma in una landa desolata, silenziosa, dove ogni rumore è attutito dalle cuffie che costringono a un ascolto solitario. Quello invisibile di lei inizia a proiettare ombre ovunque, a essere preponderante. E in mezzo Firouzeh, la regista che guarda a suo padre e a sua madre e che con la videocamera sembra aver deciso quale sentiero percorrere.

In sala dal 10 marzo


Radiograph of a Family Regia e sceneggiatura: Firouzeh Khosrovani; fotografia: Mohammad Reza Jahanpanah; montaggio: Farahnaz Sharifi, Jila Ipakchi, Rainer M. Trinkler; musica: Peyman Yazdanian; suono: Ensieh Maleki; narratori: Farahnaz Sharifi, Soheila Golestani, Christophe Rezai; produttori: Fabien Greenberg, Bård Kjøge Rønning; produzione: Antipode Films; co-produzioni: Rainy Pictures, Dschoint Ventschr Filmproduktion, Storyline studios; origine: Norvegia, Iran, Svizzera, 2020; durata: 82’; distribuzione: ZaLab Film.

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