The Shadowless Tower di Zhang Lu (Concorso)

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Quando comincia The Shadowless Tower, quarto film in concorso a Berlino e primo dei due film cinesi, lo spettatore italiano, anzi toscano è gioco forza portato a ricordare la zingarata con cui ha inizio Amici Miei Atto II, quando Adolfo Celi porta i fiori sulla tomba di Adelina, e vi trova il marito Paolo (Alessandro Haber) affranto di dolore ma stranito prima e incazzato dopo per il fatto che improvvisamente sono due gli uomini a piangere Adelina. “Entrambi l’abbiamo amata”, commenta il dottor Sassaroli, “me più fisicamente, più carnalmente, tu più spiritualmente, Paolo”.

Perché scomodare Amici Miei? Perché quando i due figli, la nipotina e il genero vanno al cimitero a portare fiori e frutta sulla tomba della mamma/nonna/suocera scomparsa trovano altri fiori. E la cosa lascia perplessi i figli e la nipotina. L’unico che non è perplesso è il genero, che ne sa più degli altri e capisce subito di chi sono quei fiori.

Sono dell’ex-marito (padre dei due figli) da cui, la donna decenni prima si era voluta separare perché l’uomo, ormai padre di famiglia, si era beccato l’accusa di aver molestato, da ubriaco, una donna in autobus. Da quel momento l’uomo è sparito da Pechino, ma – come rivela il genero – ogni tanto torna nella capitale dalla città dove adesso risiede, una cittadina sul mare nel nord-est del paese che risponde al nome di Beidaihe (si legge su Wikipedia che era uno dei luoghi di villeggiatura preferiti dei dirigenti, all’epoca della Cina di Mao). Ci viene, a Pechino, almeno due volte all’anno, in occasione del compleanno dei figli e li osserva di lontano perché vuole rendersi conto di come stiano. E ci viene in bicicletta, coprendo lentamente i 300 e passa chilometri fra le due città. Tutto questo il genero lo racconta a pezzi e bocconi, e solo al cognato, ma non alla moglie (l’altra figlia), perché la conosce fin troppo bene, la notizia non le farebbe piacere e scatenerebbe delle reazioni inconsulte.

Anche il figlio, che ben presto diventerà il protagonista del film, non resta affatto indifferente alla notizia: non esiste figlio al mondo che resterebbe insensibile a una notizia del genere, in Oriente come in Occidente, pensiamo a Telemaco in giro a cercare Ulisse.

Il protagonista risponde al nome di Gu Wentong (Xin Baiqing)  e di mestiere fa il food blogger, il valutatore di ristoranti, un personaggio che uno si immaginerebbe super moderno, trendy, un po’ fighetto, ma che in realtà ha tutte le caratteristiche del loser: vestito in modo super-trasandato, vive in un tristissimo monolocale appartenuto alla madre, è separato dalla moglie e la figlia è proprio quella bambina deliziosa che abbiamo conosciuto all’inizio, la quale però abita con lo zio e con la zia, come a dire che il padre da solo non sarebbe in grado di gestire quel che resta della famiglia.

Le critiche gastronomiche di Gu Wetong sono supportate dalle immagini di una giovane fotografa, di fatto la seconda protagonista del film, Ouyang Wenhui (Huang Yao), una giovane piuttosto scafata e impertinente ma non meno danneggiata del critico. Se lui ha perso il padre, la moglie e almeno in parte la figlia, lei ha alle spalle anni in orfanotrofio (proprio nella città sul mare dove adesso abita il padre). I due non sono una coppia, ci sono solo timidissimi approcci  ma di fatto fanno coppia girando per Pechino, per una Pechino popolare che viene battuta a tappeto, raccontata con grandissima grazia. Se vogliamo, fatte salve le due stupende puntate a Beidahe di cui non riveleremo niente, men che meno l’esito, il film è una splendida flânerie per zone assai poco spettacolari della capitale cinese, il cui monumento più importante è proprio la torre di cui al titolo, una torre che sovrasta la cosiddetta Pagoda Bianca e che data l’enorme altezza non getta ombra. Ben presto, il tema dell’ombra diventa un Leitmotiv metaforico, l’ombra – come ci insegnava Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso – è l’anima, l’ombra è l’identità che i personaggi, tutti, anche quelli minori in questo film delicato, fatto di ottimi dialoghi, a tratti divertente, vanno cercando e che in parte ritrovano; soprattutto i due protagonisti trovano o ritrovano la capacità di vivere i propri sentimenti, le proprie paure, le proprie mancanze riuscendo anche ad esprimerlo attraverso il linguaggio dei corpi, altrimenti così rigidi e bloccati.

Siamo in presenza di un film di grande livello  lontano da facili ideologismi, moderno nel contenuto (temi di grandissimo spessore umano, filosofico ma mai gravato da intellettualismo), e nella forma, che non eccede mai in sperimentalismi fini a sé stessi.

Confesso di non aver visto mai nulla di Zhang Lu (1962), del resto se non vado errato in Italia non è arrivato mai nulla e anche la sua presenza ai festival internazionali è assai modesta. Al cinema ci è arrivato relativamente tardi (dopo aver insegnato letteratura cinese all’Università di Pechino), grazie anche all’ausilio di Lee-Chang-Dong, che viene omaggiato in una scena dove si vede il manifesto di Burning (2018).

Speriamo che la Giuria della Berlinale di tutto questo si accorga.


Cast & Credits; regia, sceneggiatura: Zhang Lu; fotografia: Piao Sangri; montaggio: Liu Xinzhu; interpreti: Xin Baiqing, Huang Yao, Tian Zhuangzhuang, Nan Ji, Wang Hongwei; produzione: Lu Films, Emei Film Investment, Great Luck Films, La Fonte, KO Media; origine: Cina 2022; durata: 144′.

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