Yaya e Lennie – The Walking Liberty di Alessandro Rak

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C’è un malconcio drone portapacchi che si aggira nel chiarore lunare di una foresta tropicale partenopea e domanda: “Dove sei Giuseppe Mariano?”. Ma Giuseppe Mariano non c’è, Giuseppe Mariano apparteneva a un tempo, quello dell’Uomo, e a un luogo, Napoli, e ora di entrambi rimane ben poco. Il solito film post-apocalittico? Be’, questo è importante chiarirlo subito: no, direi di no. Intanto perché di film d’animazione italiano si sta parlando (dici poco) e poi perché tra i rimasugli dell’Uomo si conta una vera rivoluzione portata da due giovani, Yaya e Lennie, che ‘salvano’ una storia troppo intelligente per avere un nemico e, soprattutto, un finale. Per essere, insomma, un film Disney.

Passato in concorso al Festival di Locarno in Piazza Grande, Yaya e Lennie – The Walking Liberty, prodotto da Mad Entertainment e diretto da Alessandro Rak, è un lavoro sulle tematiche ambientali e sociali per mantenere un piede nel mondo, il nostro, mentre se ne ha uno nell’«alienazione della creazione di un mondo altro», quello animato. Un film bello, audace, che non sarà mai capolavoro perché il destino di tali film, almeno in patria, è quello di splendere a lungo più che sul momento, andandosi però di diritto ad aggiungere alle pietre preziose precedenti collezionate dalla Mad: Gatta Cenerentola (2017) per l’inventiva, L’arte della felicità (2013) per la profondità. Eppure nulla sarebbe se oltre a uomini, o meglio adulti, che annaspano alla ricerca di qualcosa (l’Istituzione) o che sono contro qualcosa (la banda rivoluzionaria di Rospoleón) nella giungla partenopea non ci fossero loro due, i protagonisti, i giovani, gli unici che sanno andare a spasso in cerca della libertà.

«La nostra concentrazione è stata sui personaggi protagonisti, partire dalle voci degli interpreti» dice Alessandro Rak (www.youtube.com/watch?v=i0Kq8XOmexk) e in effetti Yaya (Fabiola Balestriere) e Lennie (Ciro Priele) sono un’accoppiata vincente, tanto autosufficiente la prima quanto poco sufficiente il secondo, ambedue però condizione sufficiente e necessaria alla coppia: laddove uno parla l’altra richiama, laddove l’uno si perde l’altra è colei che indica la strada e nel farlo, immancabilmente, indica la strada a entrambi. I nomi eccellenti del cast però non si fermano qui, c’è Francesco Pannofino che domina la scena quando il suo personaggio scende in campo, Rospoleón, e c’è pure quello di Lina Sastri, Zia Claire, colei che c’è e non c’è, colei che forse è così vicina alla Terra da esserla.

La Terra infatti domina la scena, nei temi e nella funzione. Un’invasione di vegetazione intermezzata solo a tratti dall’impaccio umano – riferimenti alla cultura napoletana e quella pop si rovesciano nella ricerca del dettaglio -, una vegetazione senza freno che trascina il film in un’atmosfera onirica fatta di calore e fiotti di luce funzionali a un blender con texturizzazione in postproduzione che allevia lo stacco tra sfondo e personaggi 3D, rendendoli certo più naturali di quanto si era visto nel precedente film, Gatta Cenerentola. Ovvio, non ci sono quei solchi sul viso tanto pregiati come ne L’arte della felicità (pazzeschi, davvero), però il meccanismo dell’opera è fluido e lascia spazio a una ricerca poetica che accompagna un ‘movimento della macchina cinematografia’ consapevole e desideroso di farlo sapere, soprattutto nel superare limiti che nei film normali necessiterebbero di una buona (cara) dose di CGI. Film d’animazione nostalgico della cinepresa? Sì, o forse memore di.

Ma si è parlato di rivoluzione e istituzione, insomma, di storia dell’uomo. I primi sono quella ciurmaglia di zapatisti (adorabili) guidati da Rospoleón nel quale l’idea di rivoluzione è limpida quanto ingenua, tutto sommato inutile perché rivolta ai secondi, l’Istituzione, che è giusto capace di essere umana e quindi di fallire. E qui nasce il problema geniale del film: non c’è il nemico.

Già, non ci sono cattivi perché il nemico è l’uomo stesso nella propria spasmodica e disperata ricerca del profitto, quella degli «uomini senza anima» (Chaplin), e come manca un cattivo manca anche un finale, almeno quello classico. C’è soltanto una corsa verso la libertà, bella e scintillante, segno di un film d’animazione tanto (troppo?) intelligente e conscio della sua posizione a metà tra un pubblico di bambini e quello degli adulti: i primi devono affidarsi all’amicizia tra Yaya e Lennie per portare a casa qualcosa (ma con i bambini non si sa mai…), i secondi possono scegliere se sorridere a un’ingenuità rivoluzionaria imperante o rendersi conto che i giovani qualcosa da dire davvero lo hanno. Però devono stare attenti, gli adulti: se loro si credono in dovere di pazientare nei riguardi dei giovani non è detto che quest’ultimi si debbano sentire ugualmente in dovere. I giovani hanno memoria corta e chi indietro rimane, be’, spesso indietro viene lasciato.

In sala dal 4 al 7 novembre.


Yaya e Lennie – The Walking Liberty – Regia: Alessandro Rak; soggetto: Alessandro Rak, Marino Guarnieri, Dario Sansone, Francesco Filippini; sceneggiatura: Alessandro Rak; scenografia: Annarita Calligaris, Mariacarla Norall; musiche originali: Dario Sansone, Enzo Foniciello, Alessandro Rak; interpreti (voci): Ciro Priello, Fabiola Balestriere, Lina Sastri, Francesco Pannofino, Massimiliano Gallo, Tommaso Botta; produzione: MAD Entertainment con Rai Cinema; origine: Italia, 2021; durata: 98’; distribuzione: Nexo Digital.

 

 

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