Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

  • Voto

“Il multiverso è un concetto di cui sappiamo spaventosamente poco”, rivela Doctor Strange a Spider-Man nell’ultimo capitolo della saga targata Marvel. Ma ne siamo veramente convinti? Non sarebbe forse più onesto dire: “Il multiverso è un concetto di cui il cinema ci ha fatto sapere spaventosamente poco”?

Eppure, a prima vista, non sembra: nel corso degli ultimi vent’anni, il grande schermo non ha fatto altro che schiudere abissi verso dimensioni ancora inesplorate, plasmando mondi paralleli e galassie invisibili con la precisione di un demiurgo a cui manchi qualche rotella. Dalla commedia al melodramma al thriller psicologico, pare che ogni regista abbia voluto dire la sua, gettando i suoi personaggi nella dilagante entropia di un presente sempre più lontano dal nostro presente. I destini s’intrecciano, s’ingarbugliano fra loro, si sfilacciano come fili di una matassa ormai invecchiata: è così che percepiamo questo tempo privo di una vera e propria cronologia, questo spazio su cui dominano solo assenze. Gli esempi si sprecano: Lola rennt, Essere John Malkovich, Donnie Darko, The Butterfly Effect, e poi ancora Sliding Doors, About Time, Vanilla Sky, senza contare l’intera filmografia di Christopher Nolan… dobbiamo continuare?

Ma c’è un ma: per quanto lo sguardo della cinepresa venga spesso definito labirintico, sinistro o completamente folle, ognuna di queste pellicole finisce per piegarsi alla logica umana – o meglio, alla logica dello sceneggiatore che, forse per virtù o forse per necessità, desidera infine far quadrare il cerchio. Cosa succederebbe, invece, se qualcuno avesse il coraggio di liberare sul palcoscenico tutto il potenziale che l’immagine in movimento racchiude? Insomma, dove andremmo a finire se a qualche pazzo, là fuori in questa terra di nessuno che è il terzo millennio, venisse in mente di mettere in scena tutto, ovunque, nello stesso istante? Ed è qui che vi vogliamo.

Nel nostro microcosmo, Doctor Strange si è sdoppiato anni or sono, incarnandosi nell’animo visionario di Daniel Kwan e Daniel Scheinert. Il duo è già parzialmente conosciuto grazie al surreale Swiss Army Man – Un amico multiuso (2016), sorta di Cast away con protagonista un grottesco Daniel Radcliffe in veste di un redivivo-marionetta o, come svela il titolo italiano, amico multiuso. L’incipit del film vede Paul Dano, naufrago su un’isola deserta, scampare alla morte cavalcando il cadavere del povero ex-Signor Potter fra le acque caraibiche. La strana coppia stringerà amicizia, il morto e il non-morto si scambieranno più volte di posto, letteralmente scoprendo le proprie funzionalità. Vi raccontiamo questa scena per farvi capire lo spirito con cui i due registi s’approcciano ai loro personaggi, o meglio, burattini in carne e ossa.

E ora veniamo a Evelyn Wang (una straordinaria Michelle Yeoh), l’immigrata cinese di mezz’età a cui i due registi dedicano la loro seconda opera. Evelyn è proprietaria di una squallida lavanderia incastonata in chissà quale suburbio di chissà quale metropoli americana. Evelyn è la moglie di Waymong (Ke Huy Quan), un omino mediocre tanto gentile da risultare perfino fastidioso, il Candido per antonomasia, un eterno fanciullo cresciuto troppo in fretta. Evelyn è la figlia di Gong Gong (James Hong), un padre anaffettivo o, diremmo oggi, vecchia scuola, un padre che scambia l’emancipazione per insubordinazione, un padre che non esita a scomunicare la figlia per aver osato sognare in modo ingenuo. Evelyn è, infine, la madre di Joy (Stephanie Hsu), un’adolescente disorientata, insicura e ansiosa, un Pollicino con la sindrome dell’impostore, insomma il ritratto di ogni millennial che si rispetti.

Un giorno, mentre la famiglia Wang si avventura fra i catasti dell’Ufficio Tasse, qualcosa inizia a sfaldarsi: una crepa corre dalla scrivania davanti alla quale Evelyn sorride accondiscendente, fino a raggiungere lo sgabuzzino delle scope. Come nel migliore episodio di Twilight Zone, la protagonista spalancherà la porta del ripostiglio (o, direbbe la Drew Barrymore di Donnie Darko, “the cellar door”), sciogliendo le briglie ai mostri che in esso si celano e incontrando svariate versioni di sé stessa, di suo marito, di suo padre, nonché di sua figlia.

Ogni scelta, lo sappiamo, ci conduce ad altre scelte, che ci conducono ad altre scelte, che ci conducono ad altre ulteriori scelte, che ci conducono chissà come chissà dove in qualche punto dello spazio-tempo, in chissà quale suburbio di chissà quale universo. E così esistono la Evelyn cantante, la Evelyn attrice, la Evelyn guerriera, la Evelyn chef, la Evelyn dalle dita a forma di hot-dog, la Evelyn pignatta, la Evelyn sasso. E questo perché, in qualche punto dello spazio-tempo di chissà quale suburbio di chissà quale universo, esiste anche una Evelyn che tutte queste cose non le sa fare. E che ciononostante, potenzialmente, potrebbe farle tutte. Insieme. Nello stesso momento. Cominciate a capire?

Al contrario, di sua figlia Joy esiste soltanto una versione, ovvero quella del terribile Jobu Tobacky, o Jobu Tupaki, o Jobu Il Procione, “come in quel film con lo chef che non sa cucinare e questo procione si siede sulla sua testa, lo controlla e poi cucina cibo buono, no non Ratatouille, Raccaccoonie, quello con il procione!” Che dire: il John Malkovich di Charlie Kaufman e Spike Jonze può solo accompagnare. A proposito di buchi neri allungatisi fra una dimensione e l’altra, fra una mente e l’altra, fra un corpo e l’altro: i due registi non si limitano ad attraversare il tunnel che porta nella testa di un attore famoso, ma li percorrono tutti quanti. Insieme.

Nello stesso momento. Basta scegliere, fra le innumerevoli probabilità e ipotesi che ci circondano, quella più assurda e, per l’appunto, improbabile. Così, a Evelyn e ai suoi avversari basterà mangiare un rossetto, fotocopiarsi il fondoschiena, intonare l’Ave Maria di Schubert o leccare un muro per balzare in un altro limbo e risvegliare il Jackie Chan che alberga in loro. Ma “Juju Chewbacca” non ha bisogno di simili trucchetti da Doctor Strange: lei è ovunque, e rimane sé stessa, qualsiasi cosa accada in qualsiasi punto dello spazio-tempo in qualsiasi suburbio di qualsiasi universo. Il suo demone, in poche parole, è la coerenza – una coerenza irraggiungibile, inarrivabile, inaccessibile.

Joy Toopacki è ciò che il Joker di Nolan avrebbe sempre voluto essere: un agente del caos, ma in grado di comprimere e concentrare in una ciambella (sì, avete capito bene!) il nulla nel quale il tutto incessantemente gira. È la ciambella a fare di Evelyn un’eroina, una fallita, una moglie divorziata, una femme fatale. È la ciambella a trasformare una cinica burocrate (Jamie Lee Curtis) in un Golem o in una teenager anni ‘50. È la ciambella a far implodere i nemici in un tripudio di coriandoli fluorescenti, è la ciambella a liberare sullo schermo la gioiosa e malinconica anarchia che contraddistingue la settima arte. Di fronte a questa ciambella nera, collassano i nostri piccoli reami di Pollicino, i wormhole di Donnie Darko, i sogni lucidi di Tom Cruise, il videogioco berlinese che Lola consuma con la sua imponente falcata. Siamo giunti al punto di non ritorno, ci sussurrano Daniel Kwan e Daniel Scheinert-Tupaki, lasciandoci intuire che, in fondo, al di là di ogni elucubrazione, citazione, aforisma e congettura pseudointellettuale… il senso di Tenet è proprio racchiuso in una grassa, grossa ciambella.

Di nuovo in sala dal 2 febbraio 2023


Cast & Credits

Everything Everywhere All at Once  – Regia: Daniel Kwan, Daniel Scheinert; sceneggiatura: Daniel Kwan, Daniel Scheinert; fotografia: Larkin Seiple; montaggio: Paul Rogers; interpreti: Michelle Yeoh     (Evelyn Wang), Stephanie Hsu (Joy Wang / Jobu Tupaki), Ke Huy Quan (Waymond Wang), James Hong (Gong Gong), Jamie Lee Curtis (Deirdre Beaubeirdre), Tallie Medel  (Becky Sregor), Jenny Slate (Debbie the Dog Mom), Harry Shum Jr. (Chad), Randy Newman (Raccacoonie – voice), Biff Wiff (Rick); produzione: IAC Films, Gozie AGBO, Year of the Rat, Ley Line Entertainment; origine: USA 2022; durata: 140’; distribuzioneI Wonder Pictures.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *