Gli occhi di Tammy e l’anima di Jessica (Oscar 2022, miglior attrice protagonista)

Jessica Chastain è un’attrice che non vorremmo mai vedere truccata con protesi e parrucche,  fin da quando ci apparve nella sua eterea ed estatica bellezza naturale nel ruolo della compassionevole e archetipica madre in The Tree of Life, là dove Terrence Malick offre alla liturgia dello sguardo una meditazione intima e gnoseologica sulla vita e sulla morte e sul loro susseguirsi senza soluzione di continuità in un altrove trascendentale di spazio e tempo. Quel personaggio, con la sua voce interiore, era permeato dall’epifania continua del divino nel suo quieto e costante donarsi, in particolare attraverso l’amore per i figli, durante l’infanzia nella presenza quotidiana in “anima e corpo” e  poi, una volta cresciuti, nel ricordo struggente di una calda e affettuosa interiorizzazione.

No, non c’entra nulla  con la telepredicatrice e cantante di musica cristiana dell’ultimo film Gli occhi di Tammy Faye (https://close-up.info/gli-occhi-di-tammy-faye/), a cominciare dai citati occhi del titolo, sepolti sotto strati di mascara e ombretto,  in un ribaltamento del senso del volto, da specchio della pietas  e della Grazia a mascherone eccessivo e grottesco, sponsor di una spiritualità ridotta a reality show di canzonette e slogan avidi dell’elemosina di un pubblico pagante e pregante ; e l’altrove allegorico di Malick  si riduce altresì a un effimero set di cartapesta , la corrida di un mondo in cui non ci sono più piccoli santi da venerare ma solo fantasmi viventi da esorcizzare. Dal rigore al caos, dalla riflessione all’esplosione, Chastain, una delle presenze più significative e riconoscibili in questo fragile e complesso decennio del cinema americano (The Tree of Life è appunto del 2011) è stata spesso chiamata a confrontarsi con ruoli di donne dure, sfuggenti, nevrotiche; forse proprio a causa di una fisicità altera e distante nella sua classica pallidezza e nel colore fulvo dei capelli, una figura su cui basta poter puntare l’obiettivo della mdp per intuirne l’essenza profonda, lo spessore tridimensionale.

Una tentazione “alla Tammy Faye” in realtà l’aveva già avuta fin da quei nobili esordi, indossando la parrucca bionda e ancheggiando come una tenera simil Marilyn nel Mississippi degli anni ’60 in The Help (2011 diretto da Tate Taylor), blando dramma corale al femminile, con ambizioni di umorismo e critica sociale sul razzismo e il maschilismo delle plastificate famiglie americane. Quel tentativo, anche abbastanza riuscito, di mettere in  chiave comica la sua impronta drammatica ed intensa era stato però abbandonato per virare su territori più cupi e problematici: subito dopo arriva infatti Maya, l’agente della CIA che conduce, a qualsiasi costo fisico e psicologico  e con qualsiasi strumento, la caccia all’individuazione e poi all’assassinio di Bin Laden in Operazione: Zero Dark Thirty (2012), crepuscolare e dolente secondo atto che Kathryn Bigelow ha dedicato al conflitto mediorientale, dopo il convulso e disperato The Hurt Locker (2008). Attraversata la porta buia di una guerra affrontata con le regole e le armi impari di una società virtuale, fatta di codici, coordinate e pianificazioni (ma capace ancora di torturare e mortificare il corpo del nemico), Jessica ne è tornata indietro con una solidità e una durezza franate dal fardello della precarietà contemporanea; una scissione tra apparenza e sostanza, una frantumazione dell’unità malickiana che però parte dall’800 con la pièce teatrale La signorina Julie di August Strindberg, cinematograficamente trasposta dall’occhio lucido e sensuale di Liv Ullman (di cui Jessica è diventata un po’ l’alter ego dopo aver interpretato Marianne nel remake del 2021 di Scene da un matrimonio).

L’aristocratica che vorrebbe sopraffare con il gioco mentale della seduzione e del controllo e che viene invece sopraffatta dalla verità dell’eros violento e carnale del suo cameriere, rappresenta il seme infetto di paura e desiderio di donne che, più che correre coi lupi, hanno bisogno di identificarvisi, salvo poi andare alla ricerca di una tana uterina in cui leccarsi le ferite oppure lasciarsi morire.

Emblematiche, in questo senso, sono le spregiudicate Elizabeth di Miss Sloane (2016 di John Madden) e Molly di Molly’s Game (2017 scritto e diretto da Aaron Sorkin), la prima una lobbysta ambiziosa e l’altra una pokerista compulsiva , entrambe con una necessità virale di farsi vedere e acquisire una credibilità in spazi e contesti dominati da uomini arroganti e predatori. Questo impatto apre sempre alla possibilità di fare una scelta diversa, di non seguire più il crine di un copione borderline scritto dalla grande penna fallica dell’egotismo patriarcale. La breve scena di Molly’s game in cui lei incontra il padre psicologo che le fa “tre anni di psicoterapia in tre minuti”, non è solo un astuto escamotage narrativo che Aaron Sorkin usa per dare senso alla parabola autodistruttiva della sua protagonista (in maniera più intelligentemente metalinguistica che piattamente didascalica,): “La tua droga era voler avere potere sugli uomini di potere”, le dice l’uomo (interpretato con credibilità da un Kevin Costner al tramonto); e questa dipendenza patologica, questa competizione estrema con un maschile del quale le donne, intossicate da una certa visione d’ancien regime che le vuole succube o avversarie,  non riescono talvolta a vedere la patetica fragilità, prosegue ne Gli occhi di Tammy Faye: prima strumento, poi complice e infine oppositrice del marito millantatore e ipocrita, in un progressivo smascheramento di schermi velati. In un film tutto giocato sul paradosso di una storia che sembra una farsa, è paradossale che Chastain, sotto le protesi posticce che non avremmo mai voluto vedere e spinta sul piano attoriale verso il limite assai pericoloso di una caricatura che non ha il coraggio di diventare tale, possa concedersi una dolcezza e una fragilità del tutto inedite. Se li si osserva da vicino, nei frequenti primissimi piani raddoppiati dagli specchi e dalle superfici lucenti dell’opulenta villa di cristallo in cui vive, gli occhi di Tammy/Jessica si riempiono spesso di lacrime, fino a sciogliere il trucco pesante e perfino quella faccia forzatamente plastificata. È sufficiente vedere anche solo il momento in cui parla, durante il daytime della sua trasmissione, con un giovane cristiano omosessuale malato di AIDS, ripreso in collegamento nello schermo di un televisore. “Ti vorrei abbracciare, Tammy Faye”, le dice lui, un bisogno esplicitato in maniera diretta e tenera, al quale si può rispondere senza l’ossessione di dover innalzare un muro sempre più alto.

Il miracolo è proprio questo: sotto i malcelati resti di un circo altmaniano che ha smarrito mordente e ferocia, si intravede l’abbraccio dei rami de l’albero della vita.

 

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