The Happiest Man in the World di Teona Strugar Mitevska

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Sarajevo oggi. Un sabato. Prima immagine: delle dita incrociate l’una all’altra si contorcono, si agitano sulla nuca su cui sono posate, fondo cielo azzurro. Appartengono a un uomo che, dall’ultimo piano di un palazzo, vede camminare una donna bionda che, alla vista, è quasi solo un puntino in movimento. Stacco. Siamo dentro il palazzo: è tutto squadrato, grandi vetrate e molto metallo, ha le caratteristiche di un luogo proveniente da un altro tempo, fuori dallo spazio e dal tempo. La giovane donna bionda si chiama Asja (Jelena Kordić Kuret), ha una quarantina d’anni, magra, né bella né brutta, né alta né bassa, una giovane donna comune.

Si unisce a un gruppo di persone che viene smistata da due signore vestite maculate che gestiscono la situazione come a un convegno: consegnano a ogni partecipante un badge con sovra scritto il nome, regalano una borsa in tela con un cuore e una spilletta: in verità si tratta di un evento di speed dating, un modo di conoscere dei potenziali compagni tramite una organizzazione via internet. Asja prende tutto e esegue ciò che le viene detto: ha un carattere arrendevole, mite. In una seconda sala prendono posto tutti, uomini e donne, a coppie di due, a separarli solo un tavolino sopra il quale c’è un marchingegno con due pulsanti, uno rosso e uno verde, che servirà per alcuni giochi che seguiranno. Asja siede al posto assegnatole ma è sola, il suo partner è l’unico assente. Comincia il gioco delle domande incrociate a cui ogni uomo e ogni donna deve rispondere per iniziare una conoscenza reciproca. Con fracasso arriva l’ospite mancante: siede al tavolo di Asja, si presenta (Zoran), è nervosissimo.

Da subito tra i due qualcosa accade: un brivido di elettricità intercorre tra loro. Devono evidenziare similitudini: siamo più o meno coetanei, siamo venuti qui, siamo infelici”. Lei dissente. Lui non le crede. Comincia a farle domande sul suo indirizzo di residenza. Lei si spaventa. La importuna ancora. “Sei stata ferita il 1 gennaio del 1993?”. Silenzio. “Credo di averti sparato io”. Qui il film insinua, per la prima di molte altre volte, la componente di disturbo alla commedia leggera che aveva finto di essere. Lo spettatore si immedesima con la donna, è inevitabile. Durante la pausa Zoran la segue fino al bagno delle donne: tra i due c’è quasi bacio dopo che lei gli ha fatto toccare la cicatrice. Tensione erotica. “Io la notte dormo bene, sai?” sancisce la donna a non voler dimostrare che ha ragione lui.

Dopo pranzo Asjat a tavola con le altre due donne, racconta loro di come è stata ferita, poi mette a mozzicare rumorosamente delle zollette di zucchero con la vecchia e la madre single. Prendono porzioni di torte e si abboffano di dolci. Si torna a finire ciò che si cominciato. Dentro i personaggi tutto è in movimento: un tumulto che porta dopo altri due giochi – palla avvelenata è un rilassamento di corpi addossati l’uni all’altra come una   montagna umana – parte la musica. Un valzer da ballare a coppie, poi un ritmo veloce. Asja immagina una pattuglia armata che viene a ammazzare tutti tranne Zoran, il di lei carnefice.

È facile trasformare un gioco in un processo agli oppressori: si ritrovano uno contro l’altro, ognuno con la sua idea ormai fossilizzata da anni, cosa è successo, come è successo, perché è successo. Asja chiede la spiegazione. È diventata violenta, aggressiva, tutt’altro che mite. Chiude a chiave la porta – tutti prigionieri in un istante – Asja fa sedere Zoran, lo lega alla sedia, lo incappuccia. Una donna si oppone: “Cos’è, un processo? Ma non lo vedete che lo state rifacendo?” alludendo alla guerra civile. L’uomo con un disturbo da stress post-traumatico dà di matto. Riaprono la porta. Un vecchio vuole andar via. Una delle organizzatrici gli dice: mi dispiace. “A me dispiace per Sarajevo”. Fine del corso. Lei, camminando, si ritrova in un altro ambiente della palazzina dove si è svolto l’evento.segue la musica e si ritrova a ballare scatenata alla festa di diciott’anni di sconosciuti. Il gestore del locale le chiede se è la madre di qualcuno. ‘Non ho figli”. Allora la manda via. Lei continua un po’ e poi gli schiaffa un bacio sulla bocca. Si ritrova con Zoran nella sala conferenze dove aveva lasciato la borsa. “Ho sempre desiderato conoscere l’uomo che mi ha sparato”. Zoran trema. “Ti immaginavo diverso, un mostro senza denti”. Nel bar vuoto si siedono. Lui disegna la linea di traiettoria da dove era lui fino alla casa di lei. Come fai a essere sicuro? L’uomo – che fu guerriero poco più che adolescente – descrive la coperta con l’orsacchiotto. Era notte, era buio. “Nel mirino si vede molto bene”. Lei, una volta colpita dal proiettile, ha detto a sua madre: “Un uccello mi sta beccando il cuore”. Dice di essere stata in coma per giorni. “Vuoi che ti perdoni?” “Si”. Fanno il gioco dello schiaffo delle mani. Ora sono diventati solo Asja e Zoran. Abbraccio infinito. Lei cammina sul parapetto di un fiume. Poi sale su un tram. Torna a casa.

Non è quale storia si racconta (o ci si racconta) ma il come: in questo caso una materia ardente viene manipolata con grazia perfetta e dosaggio equilibratissimo di sorrisi e lacrime, intelligenza e riflessione. Ragionare sulla storia recente è un dovere dell’essere umano civilizzato. Il medesimo essere umano che dovrebbe deporre le armi e trovare pace (fuori e dentro di sé), per sempre.

I titoli di coda scorrono su un time lapse della città dalla luce al buio della notte. Echeggia nella memoria la frase dell’anziano: “A me dispiace per Sarajevo”.

Film potente, originale, acuto e sofferente. Bello. La regista di Dio è donna è si chiama Petrunya colpisce ancora.


The Happiest Man in the World  – Regia: Teona Strugar Mitevsksa; sceneggiatura: Elma Tataragić, Teona Strugar Mitevsksa; fotografia: Virginie Saint Martin; montaggio: Per k. Kieekegaard; interpreti: Jelena Kordić Kuret, Adnan Omerović, Labina Mitevska, Ana Kostovska, Ksenija Marinković, Izudin Bajrović, Irma Alimanović, Vedrana Boznović, Mona Muratović, Nikolina Kujača, Siniša Vidović, Kemal Rizvanović; produzione: Sisters and Brother Mitevski, Entre Chien et Loup, Vertigo, Frau Film, Terminal 3, SCC/pro.ba, Belga Production; origine: Danimarca, Slovenia, 2022; durata: 95’.

 

 

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