Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa

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Talvolta – non sempre per carità – ci si dovrebbe interrogare sull’eterno e gigantesco problema  del rapporto tra stile e narrato, ovverosia banalmente quanto forma e contenuto possano ben funzionare insieme. Tale riflessione ci è venuta spontanea specificamente in rapporto a questo Ti mangio il cuore, terzo lungometraggio del regista pugliese Pippo Mezzapesa (ispirato all’omonimo romanzo-inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini), che già nel film di debutto, ormai più di dieci anni, Il paese delle spose infelici (2011), aveva mostrato una spiccata vocazione a modelli di narrazione alta.

Inoltre, com’è ampiamente noto, il “mafia movie” ha spesso prodotto dei veri capolavori a partire, a livello internazionale, dallo storico Il padrino (1970) & sequel per la regia di Francis Ford Coppola mentre nella cinematografia italiana – purtroppo paese capofila quanto a problemi di malaffare e di organizzazioni criminali – ha dato vita, dopo il pionieristico In nome della legge (1949) di Pietro Germi, via via,  a delle opere di prima grandezza. Per esempio: da Salvatore Giuliano (1962) di  Francesco Rosi a A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, da I cento passi (2000)  di Marco Tullio Giordana a Gomorra (2008) di Matteo Garrone per finire a Il traditore (2019) di Marco Bellocchio – così solo per citare i primi titoli fondamentali che ci vengono in mente.

Di recente, in anteprima a due grandi Festival internazionali, questo non secondario “filone” di quello che un tempo veniva chiamato “cinema di impegno civile”, ha conosciuto una sorta di piccolo revival: a “Panorama” della Berlinale 2022 è stato presentato Una femmina, esordio nel lungometraggio di Francesco Costabile, mentre negli “Orizzonti” veneziani è  passato in anteprima appunto Ti mangio il cuore prima di approdare ora nelle sale italiane.

E questi due film, entrambi nati a partire da libri inchiesta (quello di Costabile da Fimmine ribelli scritto da Lirio Abbate) sono accomunati – pur nelle grandi diversità riscontrabili – da una comune volontà di “estetizzare” fortemente il loro implicito contenuto, quello della denunzia socio-politica del fenomeno mafioso e delle sue logiche perverse. Il che – sia chiaro – non sarebbe di per sé un difetto, anzi, se però tutto ciò funzionasse in maniera armonica e funzionale alla costruzione narrativa.

Ma veniamo a Ti mangio il cuore: siamo nel Promontorio del Gargano, arso dal sole e dall’odio, in una terra simile ad un Far West governato dalle leggi del più forte e del sangue che lava il sangue, dove a contendersi il territorio sono due clan, ancora molto contadini, in lotta tra loro: i Malatesta e i Camporeale. E proprio in apertura di film assistiamo alla strage della famiglia dei Malatesta nel 1960, evento che segna profondamente il giovane figlio Michele, unico scampato all’eccidio, il quale ormai cresciuto (ad interpretarlo è Tommaso Ragno) si andrà, da spietato killer, vendicando, alla grande, dei nemici-rivali. Più di quarant’anni dopo, però, le due famiglie sembrano aver instaurato una sorta di tregua, favorita dalla mediazione di una terza famiglia, quelle capitanata dall’ambiguo e mellifluo Vincenzo Montanari (Michele Placido) che facendo il paciere sembrerebbe amico di tutti.

Michele Placido

Come trai membri shakespeariani dei Capuleti e dei Montecchi, nasce, però, anche qui un amore proibito e impossibile, quello tra il figlio di Michele, il giovane Andrea (Francesco Patanè), all’inizio riluttante capo dei Malatesta poi sempre più spietato, testardo (e un po’ stupido) boss, con la bellissima moglie del capo dei Camporeale, Marilena (Elodie), una relazione passionale e fatale,  prima tenuta segretissima, poi scoperta e portata alla luce del sole. Cosa che implicherà, ovviamente, delle conseguenze estreme e drammatiche e il riaccendersi dell’eterna faida tra le due famiglie, con al centro il destino di Marilena la quale cercherà di sottrarsi con la forza del suo essere madre a un destino quasi ineluttabile (e qui, ci sembra, altra lontana coincidenza di gender con il finale de Una femmina).

Dipinto in uno straordinario bianco & nero (per la fotografia di Michele D’Attanasio), quasi  alla Cipri&Maresco,  che serve anche a stilizzare la violenza estrema del plot, il sangue che scorre, i luoghi desolati e selvaggi, Ti mangio il cuore  si contraddistingue  per l’ottima resa del cast dove – oltre a Elodie brava e disinvolta al debutto come attrice davanti alla mdp  – troviamo fior fior di attori come Lidia Vitale, Francesco Di Leva, Tommaso Ragno e tanti altri.

Elodie

Pur con molti pregi, però, il film di  Pippo Mezzapesa ci sembra funzionare a metà: la vocazione melodrammatica della storia tende a prendere il sopravvento, soprattutto nel convulso finale, sulle ragioni psicologiche dei personaggi, e a sovrapporsi all’analisi di quella quasi sconosciuta  “quarta mafia” foggiana, sostanzialmente ancora rurale e atavica, radicata nella parte alta della Puglia, la meno nota delle organizzazioni criminali del nostro paese. È come se il regista si fosse un po’ troppo innamorato del vortice narrativo e della passioni che vuole mettere in scena nella sua terra, calcando la mano in modo estremo sulla storia, in particolare sull’ossessione sempre più folle di Andrea di eliminare ogni componete della famiglia rivale. Con l’intenzione, forse, – sua o della produzione – di aderire in tale maniera a modelli e gusti internazionalmente più vendibili, per una maggiore resa commerciale del film. Viceversa lavorare di sottrazione avrebbe giovato, a nostro avviso, al risultato finale.

In sala dal 22 settembre


Ti mangio il cuore  – Regia: Pippo Mezzapesa; sceneggiatura; Antonella Gaeta, Davide Serino, Pippo Mezzapesa; fotografia:  Michele D’Attanasio; montaggio: Vincenzo Soprano; scenografia: Daniele Frabetti ; costumi: Ursula Patzak; musica: Teho Teardo; interpreti: Elodie, Francesco Patanè, Lidia Vitale, Francesco Di Leva, Tommaso Ragno, Giovanni Trombetta, Letizia Cartolaro, Michele Placido, Brenno Placido, Giovanni Anzaldo, Gianni Lillo; produzione: Indigo Film con Rai Cinema; origine: Italia, 2022; durata: 115’; distribuzione: 01 Distribution

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